Leggerò mai di qualcuno che non soccombe al fascino di Siviglia? Questo post, da un blog di Clarin
dedicato alla buona tavola, offre una vista argentina della città andalusa e un
itinerario culinario per chi vuole conoscerla a fondo. Personalmente non condivido
l'entusiasmo per la cucina sivigliana (ma non sono cultrice del genere, lo ammetto, tolti
alcuni jamones, il gazpacho e poco altro, non trovo abbia niente di
originale), però per tutto il resto, sì. Bello scoprire che a ogni latitudine, Siviglia
rimane nel corazón.
Siviglia entusiasma il più indifferente; tutto incita il viaggiatore a non voler
abbandonarla. Sono leggendarie la sua bellezza, l'eleganza, la ricca storia, le locande, i
bar e i ristoranti, così come l'ospitalità e lo spirito della sua gente.
Per di qua sono passati cartaginesi, romani, visigoti e arabi, fino a quando è caduta
nelle mani cristiane di Ferdinando III il Santo. Di fatto la scritta sull'arco della
Puerta de Jerez recita: "Ercole mi ha fondata, Giulio Cesare mi ha circondato di mura
e torri alte, il Re Santo mi ha vinto".
In questa città si trovano la Cattedrale (in cui è sepolto Cristoforo Colombo), la
Giralda, l'Alcázar, la Casa de Contratación (da dove si amministravano le colonie
dell'America) e la plaza de toros della Maestranza, tra le altre meraviglie.
La sua cucina ha avuto influenze arabe ed è una delle più notevoli della Penisola. Non
appena ho messo piede nelle sue strade, ho accelerato il passo ai ristoranti che
circondano Plaza de los Curtidores e mi sono risarcito con due cañitas (birre),
alcune tapas a base di boquerones fritos (acciughe fritte) e patatas
al alioli (patate aglio e olio). I bar e i ristoranti sono solitamente pieni, la
gente è chiassosa e allegra e sembra che nessuno si ricordi che il Paese è in crisi.
Il giorno dopo ho dato buon conto di un gazpacho, pane tostato con jamón
serrano e con salmorejo (una zuppa andalusa fredda), uova rotte con
salsiccia e un fritto misto di pesce. Qui i parrocchiani hanno un fegato d'acciaio e mi sa
che la parola colesterolo non è nel dizionario.
La notte dopo mi sono buttato su fave saltate con punte di jamón, tortilla
de patatas e un po' di pinchos morunos (spiedini di carne precedentemente
macerata nelle spezie... questi sì, sono deliziosi!), il tutto innaffiato da un vino
rosso della casa. Cosa curiosa, al chiedere il vino domandano se lo si preferisce di La
Rioja o della Ribera del Duero. Sembra che quest'ultima regione sia entrata in punta di
piedi e stia cercando di rubare la posizione privilegiata avuta fino a poco tempo fa dai
vini riojanos.
Ho chiuso l'ultima notte con una buona sangria ne La Carbonería, tablao flamenco
sito nella Calle de los Levíes. Lì, dopo aver svuotato il calice, mi sono sentito
all'altezza di Joaquín Cortés e, se non fosse stato per l'intervento di mia moglie,
sicuramente mi sarei messo a battere le palme sulle tavole.
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