Venerdì 8 gennaio Hugo Chávez ha svalutato del 50% il bolivar, la moneta venezuelana, e
ha minacciato la chiusura di tutti i negozi e i punti commerciali che avessero tentato di
approfittare della misura per alzare i prezzi e far partire così la temuta inflazione (il
Venezuela, uno dei Paesi più ricchi del Cono Sur quanto a risorse naturali, è uno dei
Paesi con i maggiori indici di povertà, corruzione e delinquenza, ed è uno dei Paesi con
l'inflazione più alta, circa il 25% nel 2009).
Non bisogna essere esperti in economia per sapere che la svalutazione della moneta è indice
di un fallimento. La valutazione di questo fallimento la fornisce El Pais di Madrid
in uno degli editoriali più asciutti che si possano leggere sulla vicenda (non c'è editoriale
latinoamericano in cui la politica economica di Hugo Chávez non sia attaccata e
criticata). "Con la svalutazione del bolivar decisa venerdì, Hugo Chávez ha
ottenuto un record mondiale. Il Venezuela è l'unico Paese al mondo in cui opereranno tre
tipi di cambio: quello applicato agli alimenti e ai prodotti di prima necessità (2,6
bolivar per dollaro), quello generale (4,3 bolivar per dollaro) e quello del mercato nero
(6,2 bolivar per dollaro). La svalutazione era inevitabile, per la continua erosione della
posizione internazionale dell'economia venezuelana. Ed è apparentemente brutale perché
suppone una perdita del valore della moneta del 50%. La sua dimensione è dovuta
all'ostinazione di mantenere per anni un tasso di cambio artificiale di 2,15 bolivar per dollaro,
per evitare i costi dell'aggiustamento".
E più avanti sottolinea quello che è evidente a tutti e che dovrebbe far riflettere il chavismo:
il presidente Chávez è salito al potere 10 anni fa e nel frattempo il petrolio, la vera
ricchezza nazionale venezuelana, che costava allora intorno ai 10 dollari al barile, per
arrivare a superare i 100 e assestarsi adesso intorno agli 80 dollari, ha moltiplicato il
suo valore per 8, mentre il valore della moneta nazionale è stato diviso per 9. Come è
stata possibile tanta incompetenza economica? Chávez ha utilizzato le rendite petroliere
degli anni dell'abbondanza per i programmi sociali delle classi più povere; grazie a lui
e alla collaborazione con Cuba migliaia di persone hanno assistenza medica e hanno
superato l'analfabetismo. Nei quartieri poveri di Caracas e di molte grandi città
venezuelane molte famiglie sopravvivono grazie allo Stato Sociale creato da Chávez. Ma
più che uno Stato Sociale è uno Stato Assistenzialista: alla scomparsa delle misure di
sostegno, quelle famiglie non saranno in grado di mantenersi da sole; non sono state
incentivate a superare la povertà con investimenti e misure appropriate, come succede
nelle socialdemocrazie occidentali (e nello stesso Cile, non a caso il primo Paese sudamericano
entrato nei giorni scorsi nell'OCSE, il Club dei Paesi più ricchi del mondo), ma sono dipendenti
dell'aiuto di Stato. Non è stata sbagliata la lotta contro le disuguaglianze, è stato
fallimentare il sistema scelto. Non solo. Invece di puntare su investimenti nel Paese, per
limitare l'eccessiva dipendenza dalle importazioni (il Venezuela importa l'80% di quello
che consuma), Chávez ha usato buona parte delle risorse derivanti dal petrolio per creare
e sostenere l'ALBA, l'alleanza bolivariana con Cuba, Nicaragua e Bolivia, e per aiutare
Paesi alleati come l'Argentina e l'Ecuador. E sono probabilmente i costi di queste
alleanze estere, che Chávez usa per proporsi come un leader alternativo al capitalismo
nel Cono Sur, che prima o poi dovrà spiegare ai venezuelani e alla storia del suo Paese.
Come è stato possibile che uno dei Paesi più ricchi del continente non abbia saputo
approfittare degli anni in cui il petrolio costava più di 100 dollari al barile per
investire su se stesso, nelle proprie infrastrutture, nella creazione di una classe media
indipendente e di uno Stato sociale efficace? Nello stesso periodo il Cile ha gestito una
politica fiscale e di spesa rigorosa, mettendo da parte le entrate garantite dai prezzi
alti del rame e, una volta che i prezzi delle materie prime sono scesi sui mercati
internazionali, grazie ai risparmi accumulati, ha potuto garantire le prime misure dello
Stato sociale offerte ai cittadini dalla Concertación (anche da questo, l'enorme
popolarità di Michelle Bachelet, dopo i mugugni per le politiche rigorose). Sarà
l'economia che lo porterà al declino, dicevano poco più di un anno fa gli editoriali della
stampa di Caracas che non lo ama al commentare il risultato dell'ennesimo referendum del
presidente per garantirsi la rielezione a vita. E adesso bisogna aspettare gli effetti della
svalutazione sulla popolazione per capire il futuro di Chávez.
"Sul breve periodo la svalutazione raddoppierà le entrate pubbliche derivanti dall'esportazione
petrolifera, cosa che servirà per finanziare le spese sociali del presidente in un anno
elettorale. Ma alimenterà anche la già insolita inflazione del 25%, pregiudicando il
consumo popolare" scrive ancora El Pais "Combinata con l'obbligo legale
di chiedere permesso per rimpatriare i dividendi, pregiudica sin da adesso le grandi
imprese internazionali installate nel Paese, specialmente le spagnole. L'inettitudine
politica e l'insicurezza giuridica si danno così la mano in sfavore di quasi tutti,
compresi i cittadini, che vedranno ridotto il valore dei salari alla metà".
C'è una conclusione, in un altro articolo di El Pais, che riassume il dramma che
sta vivendo l'economia venezuelana: "I partiti dell'opposizione insistono a
paragonare la recessione attuale con la crisi economica scoppiata nel Venezuela il Venerdì
Nero del 13 febbraio 1983. Quel giorno il governo del socialcristiano Luis Herrera Campins
decretò una valutazione del bolivar del 28%. Da allora è la data simbolo che divide la
storia locale in due epoche, gli anni dell'abbondanza petroliera e dello spreco, e i
conseguenti decenni di vacche magre e povertà. L'8 gennaio 2010 di Chávez lo chiamano
per questo il "venerdì rosso". Tra una data e l'altra il bolivar ha perso il
99,9% del suo valore".
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