La Feria del Libro di Buenos Aires è la più importante del Cono Sur, seconda solo a quella di Guadalajara, in Messico, per la sua importanza nel mondo di lingua spagnola. Quest'anno si svolge dal 20 aprile al 9 maggio, con incontri, presentazioni, conferenze e lezioni magistrali di numerosi maestri della cultura argentina e di lingua spagnola (la cosa bella del mondo ispanico è questa grande koinè che è, grazie alla lingua comune). Per chiunque sia interessato a seguire, seppure da lontano, calendario, appuntamenti e comunicati, della Feria, il sito web ufficiale è www.el-libro.org.ar. L'inaugurazione della Feria è stata preceduta, un paio di mesi fa, da un'evitabile polemica, che testimonia quanto sia diffusa l'intolleranza. Gli organizzatori avevano invitato Mario Vargas Llosa, recente vincitore del Premio Nobel della Letteratura e probabilmente il più vistoso e visibile esponente del liberismo latinoamericano, a inaugurare la Feria e alcuni intellettuali di simpatie kirchneriste avevano protestato veementemente. I l direttore della Biblioteca Nacional Horacio Gonzalez aveva scritto, in una lettera all'organizzazione della Feria, che l'invito era "sorprendente" e che un'inaugurazione affidata a Vargas Llosa avrebbe offeso "un grande settore della cultura argentina". Gonzalez suggeriva che Vargas Llosa potesse sì essere presente, ma non relatore dell'inaugurazione. Per calmare le acque era dovuta intervenire la stessa presidente Cristina Fernandez de Kirchner, assicurando allo scrittore peruviano che l'Argentina garantisce la libertà d'espressione. Così c'è stata una sorta di doppia inaugurazione, una istituzionale e politica, affidata al kirchnerismo e all'omaggio a due grandi scrittori argentini scomparsi nei mesi scorsi, Maria Elena Walsh e David Viñas, e una più letteraria, affidata al discorso inaugurale, una sorta di lectio magistralis, di Mario Vargas Llosa.
A Buenos Aires già da alcuni giorni, il Premio Nobel ha voluto evitare le polemiche, che non sarebbero state "eleganti" nel Paese ospite, e ha affidato la sua risposta al suo breve (solo 16 minuti) discorso alla Feria. Ancora una volta uno splendido elogio della lettura, che segnala l'importanza dei libri ai popoli di tutte le latitudini.
Potete leggerlo in spagnolo qui e potete seguirlo in video su youtube, e ascoltare la dolce cadenza peruviana di Mario Vargas Llosa, dopo la traduzione in italiano che trovate nelle prossime righe.
Ringrazio gli organizzatori della Feria del Libro di Buenos Aires per onorarmi con l'invito a occupare questa tribuna il giorno dell'inaugurazione. Ho avuto modo di partecipare vari anni fa e mi rallegra sapere che è cresciuta e attrae sempre più editori, librai e lettori, fino a essere diventata una delle Fiere del libro più importanti nell'ambito della nostra lingua.
Non mi sorprende affatto che sia successo. Dalla prima volta che sono stato a Buenos Aires, già quasi 50 anni fa, ho sentito che questa città e i libri avevano un'affinità recondita, paragonabile a quella che avevo sentito prima solo a Parigi, e che, come quest'ultima, Buenos Aires era una città di librerie, moderne e antiquarie, di caffè letterari, di scribacchini e lettori, dove qualunque amante della letteratura si sentiva a casa. Non è per questo niente affatto strano che uno dei più grandi creatori del nostro tempo, Jorge Luis Borges, fosse porteño e che si possa dire della sua straordinaria opera che è come l'esalazione immaginaria emanata da una biblioteca, istituzione in cui Borges, ricordiamolo, in uno dei suoi testi più belli, materializzò il Paradiso.
Ringrazio gli organizzatori di questa manifestazione anche per aver resistito alle pressioni di alcuni colleghi e avversari delle mie idee politiche, per togliermi l'invito. Ed estendo il mio ringraziamento alla presidente, la signora Cristina Fernández de Kirchner, il cui opportuno intervento ha frenato quell'intento di veto. Speriamo questa posizione in favore della libertà d'espressione della presidente argentina contagi tutti i suoi sostenitori. Questo episodio, al di là dell'aneddoto in sé, propone un tema interessante e attuale, che non mi sembra inadeguato toccare in questa manifestazione, con una breve esposizione che si potrebbe intitolare La libertà e i libri.
Manoscritti, stampati e adesso digitali, i libri rappresentano la diversità umana, finché non sono spurgati, è chiaro. A condizione che possano partecipare in essa senza discriminazione, tagli, senza censura, i libri di una Fiera del Libro sono, in piccolo formato, l'umanità vivente, con il meglio e il peggio di essa: le sue credenze, le sue fantasie, le sue conoscenze, i suoi sogni, i suoi amori e i suoi odii, i suoi pregiudizi, le sue piccolezze e le sue grandezze. Nessuno specchio ritrae meglio questa collettività di uomini e donne che formano le diverse tradizioni, culture, etnie, linguaggi, miti, costumi, modi e mode del fenomeno umano. Questa straordinaria varietà scompare quando, abbandonando la superficie, grazie ai libri, ci sommergiamo nel profondo, fino ad arrivare a quelle radici o denominatori comuni della specie, perché lì scopriamo quello che c'è di solidale e simile, sotto la frondosa varietà: una condizione, alcuni sentimenti, alcuni aneli, alcune allegrie e alcune paure, che stabiliscono un'identità recondita sulle differenze e distanze che la storia ha forgiato tra razze, popoli e culture durante i secoli.
I libri ci aiutano a sconfiggere i pregiudizi razzisti, etnici, religiosi e ideologici tra i popoli e le persone e a scoprire che, al di sopra o al di sotto delle frontiere regionali e nazionali, siamo uguali nel fondo, che gli "altri" siamo in realtà noi stessi. Grazie ai libri viaggiamo nello spazio e nel tempo, come fece Julio Cortázar in La vuelta al día en ochenta mundos, senza uscire dalla sua biblioteca, e verifichiamo che, con tutte le sue sfumature e varianti, l'umanità è una sola e condivisa.
Possiamo paragonare il mondo dei libri che in questi momenti ci circonda con un bosco incantato. Loro sono lì, quieti, inerti, silenziosi, come gli alberi e le piante delle fantastiche storie infantili, aspettando una bacchetta magica che li animi. Basta che li apriamo e celebriamo con le loro pagine questa operazione magica che è la lettura, perché la vita scoppi in loro, convocata dalla magia delle loro lettere e parole, e un fornitore di idee, immagini e suggestioni si elevi dalla carta verso di noi, ci impregni, ci strappi e trasporti a un'altra vita, spesso più ricca, coerente, intensa e piacevole della vita vera, in cui spesso le routines quotidiane abbruttite ci lasciano appena spiragli per l'esaltazione e la felicità.
La vita dei libri ci arricchisce e ci trasforma. Ci rende più sensibili, più immaginativi e, soprattutto, più liberi. Più critici del mondo così com'è e più impegnati affinché anche lui cambi e si avvicini ai mondi che inventiamo a immagine e somiglianza dei nostri desideri e sogni. Per questo i libri sono un testimone inappellabile delle carenze e deficienze della vita, quelle che incitano gli esseri umani a creare mondi di fantasia e a volgerli in finzione, per poter avere quello che la vita che viviamo non ci dà.
Il viaggio al cuore di questo bosco incantato dei libri non è gratuito, una passeggiata divertente e senza conseguenze. E' un viaggio che lascia tracce nel sentimento e nell'intelligenza del lettore, la prova che il mondo reale è fatto male, perché non è sufficiente per colmare i nostri aneli.
Perché inventarci altri mondi se con questo fosse sufficiente? E' impossibile uscire da un buon libro senza la strana insoddisfazione di stare lasciando qualcosa di perfetto per tornare all'imperfetto e iniziare a guardarsi intorno con un certo scoraggiamento e frustrazione. Niente ha fatto che il mondo progredisca tanto dai tempi della caverna primitiva fino all'era della globalizzazione come questo viaggio immaginario che accompagna uomini e donne dal loro più remoto passato e di cui dà testimonianza inequivocabile il mondo vertiginoso e labirintico dei libri.
Non è sorprendente, perciò, che i libri abbiano destato, durante la storia, la sfiducia, la gelosia e il timore dei nemici della libertà, di chi si crede padrone delle verità assolute, di tutti i dogmatici e fanatici che hanno seminato di odio e violenza zigzagante il cammino della civiltà.
L'Inquisizione lo vide chiaramente: i libri devono essere esaminati e purgati da censori rigidi, per assicurare che i loro contenuti rispettino l'ortodossia e non si individuino in essi apostasie e deviazionismi della vera dottrina. Lasciarli prosperare senza questa camicia di forza della censura previa sarebbe popolare il mondo di eterodossie, teorie sovversive, tentazioni pericolose e sfide molteplici alle verità canoniche. Questa mentalità portò a stabilire che tutto un genere letterario, la novella, fosse proibito per i tre secoli che durò la colonia, in tutti i possedimenti spagnoli d'America. Per 300 anni fu proibito stampare e importare novelle nelle colonie americane. Il contrabbando si preoccupò, fortunatamente, che molte novelle circolassero nelle nostre terre. Ma una delle perverse, o forse felici, conseguenze di questa proibizione fu che in America Latina, siccome la finzione fu repressa nel genere che la esprimeva meglio, le novelle, e siccome noi esseri umani non possiamo vivere senza finzioni, queste se la sono aggiustata per contaminare tutto, la religione, ovviamente, ma anche le istituzioni laiche, il diritto, la scienza, la filosofia e ovviamente la politica, con il prevedibile risultato che ancora ai nostri giorni noi latinoamericano abbiamo grandi difficoltà a discernere la finzione dalla realtà. Questo è stato utile nei settori dell'arte e della letteratura, ma abbastanza catastrofico in altri, in cui senza una buona dosi di pragmatismo e di realismo, saper differenziare la terra ferma dalle nuvole, un Paese può ristagnare o andare in rovina.
I commissari politici hanno sostituito nella vita moderna gli inquisitori di un tempo. Le volte in cui si è impadronito di un governo un fanatico religioso, ideologico o un caudillo megalomane che si crede padrone della verità assoluta, i libri si sono visti sottoposti a purghe, tagli e vessazioni per cercare di evitare che quello che incarnano meglio di chiunque, la diversità umana, la varietà di idee, le credenze, i punti di vista, costumi e tradizioni, si divulghi e contraddica la visione dogmatica, escludente e autoritaria vigente. Nazisti, fascisti, comunisti, caudillos militari o civili accecati dai miraggi delle verità assolute hanno cercato durante tutta la storia, e in tutta la geografia del pianeta, di addomesticare e imbrigliare lo spirito creativo, indomabile e critico, che è stato sempre il motore del cambio, ma, per fortuna, hanno sempre fallito. Lasciando nel cammino, questo sì, una miriade di vittime, torturati, incarcerati e assassinati, che, nonostante la repressione e le persecuzioni, hanno mantenuto sempre viva quella fiamma di libertà che annida, come un'anima segreta, nel cuore dei libri.
Leggere ci rende liberi, a condizione, sia chiaro, che possiamo scegliere i libri che vogliamo leggere e che i libri si possano scrivere e stampare senza inquisitori né commissari che li mutilino affinché si incastrino negli stretti paraocchi con cui imprigionano la vita. Difendere il diritto dei libri ad essere liberi è difendere la nostra libertà di cittadini, il prezioso fuoco che la attizza, mantiene e rinnova.
Una delle migliori tradizioni dell'Argentina è stata essere un Paese di libri, scrittori e lettori. Lo ricordo molto bene perché la mia infanzia e adolescenza si nutrirono di riviste e libri (e aggiungerò film e canzoni) che si producevano e stampavano in questo Paese e si diffondevano in ogni angolo d'America. Per esempio, arrivavano puntualmente a Cochabamba, la città boliviana in cui ho vissuto fino a 10 anni. Ricordo molto bene l'arrivo periodico di Leoplán per il nonno, il Para ti che leggevano mia madre e mia nonna, e il Billiken che io aspettavo come manna dal cielo. Più tardi, universitario nel San Marcos di Lima, ho conosciuto la letteratura più rinnovatrice e moderna, da Faulkner a Thomas Mann, da Joyce a Sartre, da Camus a Forster, da Eliot a Hemingway, grazie alle traduzioni che case editrici come Losada, Sudamericana, Emecé, Sur e altre pubblicavano e distribuivano in tutto il continente. Come innumerevoli giovani latinoamericani della mia generazione, posso dire per questo di dovere buona parte della mia formazione letteraria a questa passione per i libri che annida nel cuore della cultura argentina.
Faccio voto perché questa bella tradizione si rinnovi e rafforzi e che ne sia la migliore espressione questa FEria del Libro di Buenos Aires.
Il discorso di Mario Vargas Llosa alla Feria del Libro di Buenos Aires. Da youtube




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