Nonostante quello che raccontano i media stranieri (italiani iclusi), che semplificano e manipolano, il movimento degli indignados non è contro il Governo spagnolo né contro la crisi economica. Questa è una maniera molto semplicistica di spiegarlo.
C'è un bell'articolo che spiega la Spanish Revolution in maniera semplice e chiara. Lo ha scritto Bernardo Gutiérrez, collaboratore di numerose riviste prestigiose, tra cui l'italiano Internazionale, e lo ha scritto per spiegarla agli stranieri. Vale la pena leggerlo, per capire un movimento che non è nato il 15 maggio e che è stato a lungo incubato nelle reti sociali; mi piace perché sottolinea finalmente, come non fa nessun media internazionale, il ruolo dell'approvazione della Ley Sinde, e la conseguente nascita del movimento #nolesvotes, che ha spalancato la porta del desencanto e della desilusión di migliaia di giovani, sul web; insisto sempre molto sul fatto che gli indignados si sono incontrati per mesi nelle piattaforme della Rete perché di tanto in tanto mi capita di leggere, nella Rete italiana, che l'Italia sta dormendo, visto che non si unisce alle manifestazioni di piazza iniziate nel Mediterraneo: gli spagnoli non hanno improvvisato, come molti vorrebbero che facessero gli italiani. La Spanish Revolution è il risultato di un complesso movimento e di molta delusione verso il sistema economico, politico e sociale che governa non la Spagna, ma l'Europa e il mondo. Non per niente uno degli obiettivi degli indignados è che la Spanish Revolution diventi una European Revolution. E' un movimento appassionante, con la sua fragilità e le sue contraddizioni ed è una pena che i media italiani lo abbiano archiviato così rapidamente, senza neanche cercare di indagarlo e conoscerlo.
L'articolo in spagnolo è su 20minutos.es.
"E' una settimana che twitteo compulsivamente. Aggiorno il mio Facebook mentre cammino. Scrivo (per blogs, siti, media). Medito. Penso collettivamente. Come spiegheresti la #spanishrevolution a un tedesco? lancio su Twitter. @100280120 (Miguel Martínez), uno sconosciuto, scrive: "La Spagna ha seguito i dettati della Merkel e ha promesso di continuare a contribuire ai benefici delle banche tedesche". Se chiedessi u Twitter, come spiegheresti la rivolta a un banchiere? La risposta sarebbe ancora più aggressiva.
Perché tanti media scrivono che la Spagna protesta contro il suo Governo? Perché semplificano dicendo che il motivo della rivolta è la disoccupazione? Perché legano Il Cairo a Madrid, senzza dire altro? Mi colpisce che l'account di Twitter di @wikileaks fosse più agile di molti quotidiani internazionali al raccomandare il testo La revuelta islandesa de España (La rivolta islandese della Spagna). Wikileaks ha visto un chiaro parallelismo tra la #spanishrevolution e il Paese che si è rifiutato di pagare gli errori delle sue banche. Il link è così chiaro che Hordur Torfason, l'uomo che ha spinto gli islandesi a lottare contro politici e banchieri, ha girato un video di congratulazioni al popolo spagnolo.
E' che l'indignazione contro un mondo governato dalle agenzie di rating e la speculazione finanziaria è stato uno dei semi dell'indignazione spagnola. Alla fine del 2008, all'inizio della crisi, il presidente socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha iniettato migliaia di milioni alle banche. Poi i mercati (FMI, agenzie di ratings, rumors di Angela Merkel che rafforzavano la prima tedesca) hanno rincarato il debito pubblico spagnolo. Zapatero ha dovuto taagliare i salari ai funzionari. Ma, mentre la cifra dei disoccupati arrivava a 4,3 milioni, le 35 imprese dell'IBEX (la Borsa di Madrid) hanno guadagnato, lo scorso anno, 49,881 milioni di euro, il 24,5% più del 2009. Mentre Telefónica vuole licenziare 6mila lavoratori in Spagna, annuncia 450 milioni di euro in incentivi e 6,9 miliardi in dividendi per i suoi dirigenti. Il divorzio tra i guadagni imprenditoriali e l'impiego ha riscaldato a fuoco lento l'indignazione. Normale: Angela Merkel ha approvato una tassa sulle compagnie elettriche, il britannico David Cameron ha alzato le tasse alle compagnie petrolifere; Zapatero si rimangiava una a una le promesse socialiste del suo programma.
Però per spiegare la #spanishrevolution bisogna parlare di un altro divorzio, quello digitale. Il 92% dei giovani spagnoli è internauta (12 punti in più che in Europa). Appena il 10% dei deputati spagnoli usa Twitter. Solo così si può capire che Ángeles González-Sinde, ministro della Cultura, abbia approvato una delle leggi di downloads da Internet più retrograde del pianeta. Una legge che pretende di chiudere un sito senza permesso giudiziario in meno di quattro giorni. E solo così si spiega che questa Legge abbia provocato una vera cyber-rivoluzione. Quando a gennaio 2010 è nata la Rete Sostenibile, una piattaforma digitale di resistenza, sono stato alla sua presentazione, a Madrid. Ho chiesto a Pepe Cervera, uno dei suoi leader, se avrebbero fondato un partito politico. C'è stato silenzio. "No" mi ha detto. Sono rimasto con il dubbio. Paradossalmente alcune settimane dopo nasceva #nolesvotes, una piattaforma che chiedeva di castigare alle urne i partiti che hanno appoggiato la Ley Sinde: PSOE, PP e CiU.
#Nolesvotes ha dinamitato il cyberspazio spagnolo. Il gruppo Anonymus si è unito. E lo stesso presidente dell'Academia de Cine alex de la Iglesia si è dimesso e messo dalla parte degli itnernauti. Il movimento #nolesvotes ha reso forti i movimenti nella Rete. Ma mancava qualcosa. Una miccia, uno sparo. La disoccupazione cresceva. Le imprese annunciavano guadagni astronomici. E PSOE e PP includevano nelle liste per le elezioni del 22 maggio candidati imputati dalla giustizia. Il conservatore Francisc Camps, che il New York Times avrebbe poi considerato il Berlusconi spagnolo che ha favorito la rivolta, sorrideva alle telecamere. E la bomba è scoppiata. #Nolesvotes ha caricato sul web a febbraio una mappa della Spagna in Googlemaps con i casi di corruzione geolocalizzati. Quasi allo stesso tempo il comico Leo Bassi lanciava il suo http://ppleaks.com, con i casi di corruzione del PP.
Come e quando si sono incrociati il divorzio digitale e il divorzio economico? Come si è politicizzata l'indignazione? Vado a memoria personale per spiegarlo. A gennaio 2011 ho appoggiato il collettivo di franconohamuerto.com. L'obiettivo iniziare: raccogliere fondi su Internet per fare pubblicità sugli autobus in sostegno del giudice Baltasar Garzón, allontanato dall'Audiencia Nacional per aver indagato i crimini del franchismo. La causa di Garzón aveva riattivato un po' la sinistra. Alimentava l'indignazione. Il logo di franconohamuerto.com, con un Garzón acido attraversato da frecce, è stato un hit sulle reti sociali. Denunciava ironicamente la politicizzazione di una giustizia in mano del PP e PSOE. Il manifesto di franconohamuerto.com era uno dei tanti: "Siamo una lobby popolare, non un partito. Tutte le corruzioni dovrebbero significare esclusione politica, lotteremo per la trasparenza democratica". Ma era appena na goccia nell'oceano. Centinaia di movimenti crepitavano su Internet. L'uragano si avvicinava. Io passavo ore scambiando messaggi con gruppi di Facebook. Avrebbero appoggiato la causa di Garzón? La maggioranza non voleva. Si dichiaravano apolitici. Indignati contro il sistema. Il gruppo Estado del Malestar (Stato del Malessere) ha lanciato un'idea impattante: salire su casse per le strade, con un megafono. E Juventud Sin Futuro ha riempito le strade ad aprile. La rivoluzione suonava alla porta. Nessuno sembrava rendersene conto.
E il resto è già storia. La piattaforma attivista actuable.es lancia con Avaaz una campagna contro i candidati corrotti delle elezioni. Il libro Reacciona, con prologo di Stephan Hessel, autore di Indignaos) è un bestseller. La piattaforma Democracia Real Ya convoca per il 15 maggio una manifestazione senza colore politico in oltre 50 città con lo slogan: "Non siamo marionette in mano di politici e banchieri". E muoiono di successo. E 10mila persone si installano alla Puerta del Sol, il 16 maggio. E la Spagna si sveglia il 17 con le principali piazze occupate. E tutto sembra frantumarsi. I motivi abbondano, chiaro. Crisi. Bipartitismo. Banchieri. Corruzione. Disoccupazione. E la #spanishrevolution incendia Twitter. E la Junta Electoral proibisce l'accampamento di Madrid. Ma nessuno se ne va. Nessuno si muove. Una vignetta di El Roto, su El Pais, il 18 maggio, ha sintetizzato tutto: "I giovani sono scesi per strada e immediatamente tutti i partiti sono invecchiati".
Mentre gli indignados chiedono una riforma della legge elettorale, che metta fine al bipartitismo, il PSOE non fa neanche autocritica. I risultati delle elezioni del 22 maggio hanno rivelato che esiste un divorzio più pericoloso del digitale o economico: quello democratico. La stampa internazionale ha sottolineato che il PSOE è affondato. La nazionale che il conservatore PP ha trionfato. Forse è stato il contrario. Un dettaglio: se l'astensione fosse una forza politica, avrebbe vinto con il 33% dei voti. A Madrid appena 1 su 3 elettori ha votato il PP, che governerà con maggioranza assoluta. A Barcellona, con il 47% dell'astensione, CiU regnerà con appena il 14% dei voti possibili. Il voto in bianco e nullo formano la quarta forza politica della Spagna.
Divorzio digitale. Economico. Democratico. Crisi. Corruzione. E la banca vince sempre. Mentre la Spagna continua a essere piena di accampati. Giovani. Adulti. Di sinistra. Apartitisti. Persino alcuni elettori conservatori, indignati. Però il PSOE e il PP non nominano il già internazionale movimiento 15M. Mentre gli indignados chiedono una riforma della legge elettorale che metta fine al bipartitismo, il PSOE neppure fa autocritica. Mentre il 15M sollecita un referendum sul salvataggio pubblico delle banche insolventi, il PP afferma che "il sistema non ha fallito". Mentre il mondo interpreta la #spanishrevolution come un movimento d'avanguardia verso un sistema 2.0 più partecipativo e democratico, Zapatero non ha capito il messaggio. Mentre nasce il Wikipartito (discusso su Internet) i sindaci eletti del PP continuano a convocare conferenze stampa in cui non accettano le domande. La politica si blinda. Lì fuori, quello del 2.0.
Continuo a twitteare. Mi guardo allo specchio di Facebool. Cammino, guidato dagli hashtags, proposte, links. Faccio parodia di El Dinosaurio, la favola di Augusto Monterroso, nel mio account di Facebook. "Quando è nato il 15M il sistema era ancora lì". Ma qualcuno non vuole che questo finisca. Il sistema, replica Maira Giosa su Facebook, "era lì, come addormentato, ma sta già cambiando".


















































Ultimi commenti