Ci sono voluti quattro giorni per avere finalmente la reazione di José Luis Rodriguez Zapatero alle manifestazioni degli indignati di Spagna. E' stato a Telecinco che il presidente ha detto oggi pomeriggio che "bisogna ascoltare, bisogna essere sensibili, perché ci sono ragioni per cui esprimono questo scontento e questa critica". Non è il primo leader socialista ad ammetterlo. Il Ministro della Difesa Carme Chacón, aspirante alla successione di Zapatero alla Segreteria del partito nelle primarie che la opporranno al Ministro degli Interni Alfredo Pérez Rubalcaba, ha detto che bisogna ascoltare le proposte degli acampados perché alcune non solo sono "comprensibili, ma anche realizzabili". Il candidato alla presidenza della Comunidad de Madrid Tomás Gómez ha espresso comprensione e condivisione alle istanze provenienti dalla Puerta del Sol, circa la necessità di un nuovo modo di fare politica, una nuova legge elettorale e il divieto di candidare gli imputati (PP, PSOE, IU e varie formazioni nazionaliste di Catalogna, Canarie e Navarra presentano una cinquantina di candidati imputati di reati vari riferibili alla corruzione). Ma la reazione più attesa era ovviamente quella di Zapatero, a cui oggi Mariano Rajoy ha dato la colpa pure delle manifestazioni, dimostrando di non aver ancora capito la portata delle proteste popolari: la critica non è rivolta solo al PSOE, ma anche al PP, all'alleanza di entrambi con i poteri forti, interessati ai privilegi di pochi a discapito del benessere generale, entrambi pronti a proteggere i propri dirigenti accusati di corruzione, entrambi responsabili del modello non sostenibile che ha portato la Spagna al disastro economico, il PP per averlo disegnato e realizzato, inventandosi che era un miracolo economico, pur sapendo che non era sostenibile, il PSOE per non averlo saputo e voluto cambiare, perché avrebbe implicato riforme impopolari.
A TeleCinco Zapatero ha detto che, riconoscendo le ragioni dei manifestanti, "bisogna poi rafforzare, migliorare, tutto quello che è nell'alveo dei Paesi che hanno ottenuto maggiori quote di libertà, che sono i Paesi democratici, con la democrazia rappresentativa e con i partiti".
In questo modo il presidente socialista ha cercato di chiarire, seppure velatamente, l'enorme distanza tra la Puerta del Sol e piazza Tahrir, un parallelismo che piace molto ai media e agli stessi manifestanti e che la classe politica, di destra e di sinistra, rifiuta in toto. "Mi indigna che si paragoni Hosni Mubarak a José Luis Rodriguez Zapatero" ha detto stamattina Esperanza Aguirre, la candidata popolare alla Comunidad de Madrid, di cui è presidente "Zapatero a me non piace, ma è un leader democratico e la Spagna è una democrazia". Un concetto che è stato espresso anche da altri leaders di PP e PSOE. Ma anche in questo si vede il divorzio tra i cittadini e i loro rappresentanti: nessuno ha mai messo in dubbio che la Spagna sia una democrazia, piazza Tahrir è semplicemente il simbolo di quello che un popolo riesce a ottenere quando si unisce e trova gli elementi che ha in comune per cambiare la propria storia. Che la Spagna non sia l'Egitto è chiaro a tutti. Ma che il vento che soffia dal Nordafrica abbia ispirato i giovani spagnoli è così evidente che i politici farebbero bene a non sottovalutare l'enorme portata delle immagini arrivate in Europa grazie alle reti sociali. Le stesse che stanno lavorando per cambiare il futuro della Spagna.
In questi giorni Mariano Rajoy ha voluto rivendicare la classe politica e, come già la collega Esperanza Aguirre, ha invitato Democracia Real Ya a non limitarsi a protestare, ma a presentarsi alle elezioni, dove, attraverso il voto, le idee si confrontano e si cambiano i Governi che non hanno agito bene.
E, ancora una volta, i dirigenti politici hanno dimostrato di non aver capito cosa sta succedendo. I manifestanti non chiedono un cambio di Governo che, bene o male, arriverà con le elezioni del 2012. I manifestanti chiedono una rigenerazione della politica, che riguarda tutti, non solo il Governo, e il cambio della Legge elettorale, che adesso beneficia i grandi partiti e i nazionalisti, mentre penalizza le piccole formazioni come IU o UPyD. Perché presentarsi alle elezioni se non si ha la possibilità di avere una rappresentanza equa?
Di tutti i leaders che hanno parlato del movimento del 15 febbraio, l'unico che sembra aver compreso la portata delle proteste è Patxi López, il lehendakari socialista dei Paesi Baschi, grazie all'alleanza con il PP, che ha estromesso dal potere il nazionalista PNV dopo 30 anni di governo ininterrotto. Su Twitter López ha scritto che è il caso di iniziare a pensare di rivedere la legge elettorale e sul suo blog ha fatto un'appassionata e appassionante difesa di tutti i politici che si dedicano alla politica per passione e per senso di servizio alla comunità, senza cercare l'arricchimento personale. "Credo fermamente, come molti sapete, nelle possibilità immense delle reti sociali" ha scritto "e sono un socialista convinto che la politica sia utile per costruire una società mossa da valori e non solo da interessi; un mondo in cui la libertà di opportunità non implichi l'emarginazione e l'abbandono dei meno favoriti. Lo credo e ho cercato di agire di conseguenza e l'ho fatto prima e dopo la nascita di questo movimento. Ignoro se la vostra protesta sarà un fuoco o se avrà continuità dopo domenica. In ogni caso è un richiamo a cui dobbiamo rispondere, perché riflette uno stato d'animo e di opinione e perché denuncia mancanze del governo mondiale che erano davanti ai nostri occhi. Ma io mi ribello anche alle generalizzazioni indiscriminate. Non è vero che tutti i politici sono uguali: mi rifiuto che si giudichino le persone oneste e impegnate per quello che fanno altre, corrotte. E non sono neanche uguali i progetti e le politiche che si propongono, come sapete. Per questo, della vostra protesta, che prendo molto sul serio, mi prendo quei messaggi che ci chiedono altri sguardi e azioni".
Alla Puerta del Sol si sta elaborando intanto un programma che prevede come primo obiettivo il cambiamento della legge elettorale, con liste aperte, circoscrizione unica e seggi proporzionali al numero dei voti; si chiede anche che il voto bianco sia conteggiato, che non ci siano finanziamenti privati ai partiti politici e che le riforme vengano estese anche al Senato e alle Comunidades Autónomas. Tra le proposte arrivate all'Assemblea, ancora in discussione, ci sono anche una riforma fiscale, che sia sempre favorevole ai redditi più bassi, che ci siano imposte sul patrimonio o successione e che siano cancellati i paradisi fiscali (ma quest'ultima proposta risulta un po' fuori portata dal Parlamento spagnolo, a meno che non vogliamo accusare Zapatero anche dell'esistenza dei paradisi fiscali). Alcune proposte vanno più in là e chiedono che le leggi possano essere sottoposte a referendum e un referendum sulla Monarchia o, comunque, la cancellazione dei riferimenti al Re alla Costituzione. Molta carne al fuoco e il rischio di un radicalismo che può mettere fuori gioco anche proposte più concrete e realizzabili come l'ormai inevitabile cambio della Legge elettorale.


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