El País compie 35 anni e li festeggia con un interessante speciale nella sua pagina web, ricco di interviste ed editoriali tra passato e futuro. Tra gli intervistati, Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l'Economia, che analizza il salvataggio della Grecia, la crisi del debito sovrano, gli errori dell'Unione Europea, la sua mancanza di solidarietà. Un'altra Europa è possibile.
Ecco in italiano buona parte del testo (sono state saltate le domande più specificamente spagnole); integrale e in spagnolo la trovate qui.
- Il dubbio che la Grecia possa affrontare il pagamento del suo debito sovrano è oggi un rompicapo per l'Unione Europea. La ristrutturazione del debito è la soluzione?
La miglior soluzione sarebbe la creazione di un fondo solidale europeo, con il quale si aiuterebbe la Grecia a ristabilire la sua crescita. La Germania potrebbe continuare a espandersi, le banche europee realizzerebbero maggiori investimenti nel Paese e si stimolerebbe l'economia. Questo permetterebbe, a sua volta, ristabilire la crescita, migliorare le entrate pubbliche e ridurre il deficit. Cos' con questi impegni, gli interessi del debito greco scenderebbero e il Paese potrebbe rispettare le sue scadenze.
- Ma…
Non succederà
- E allora?
Questa sarebbe la migliore soluzione. Se l'Unione Europea non presta assistenza pubblica, i mercati continuano con questa visione negativa, gli interessi continuano a essere molto alti e i Paesi dell'Unione rifiutano di ritardare le scadenze per la restituzione del debito… in questo caso la ristrutturazione è inevitabile.
- Il rifiuto ai salvataggi ha dato ali ai partiti della destra radicale del Nord Europa, come in Finlandia. In questo contesto, il fondo che propone non sembra molto fattibile..
La domanda è, si tratta di un salvataggio della Grecia o delle banche tedesche? E' esattamente la domanda che ho affrontato quando ero nella Banca Mondiale e "salvammo" Messico, Corea, Thailandia o Indonesia. No, non stavamo salvando quei Paesi, ma le banche occidentali. E siccome non abbiamo voluto chiamarlo "salvataggio delle banche occidentali", abbiamo deciso che si trattava di riscattare quei Paesi. E questo è quello che sta succedendo adesso: stiamo salvando le banche tedesche, per cui si dovrebbe chiamare così.
- Quello che lei sostiene mette gli Stati in un'altra difficoltà, allora. Come spiegano i Governi ai cittadini che c'è denaro per salvare le banche e poi impongono loro misure di austerità?
Non possono. La risposta è che o l'Europa dimostra la sua solidarietà o non può chiedere ai cittadini di questi Paesi che sacrifichino la loro vita, attraverso il loro benessere, per salvare le banche, quando sono state queste a causare per prime il problema. Lì c'è in gioco il concetto di giustizia sociale.
- Avrà sentito delle proteste e acampadas nelle principali piazze di Spagna. Sono un riflesso di questo problema?
Queste proteste erano inevitabili, con i livelli di disoccupazione che ha la Spagna. Ma le proteste non sono i posti in cui normalmente si articolano le filosofie economiche. Sono un riflesso, un'espressione di qualcosa che va male, una domanda di soluzioni quando non si è trovata la diagnosi.
- Tra le altre cose, al centro delle critiche di queste proteste ci sono la corruzione politica e le misure di austerità
Mettono nello stesso sacco entrambe le cose. Una delle vie della corruzione era la burocrazia. Ma in questa crisi non lo è stata. Come nel passato, la corruzione è uno dei problemi di oggi. Anche se la definiamo in modo banale, come una corruzione sociale dei politici, stiamo parlando di un'altra cosa, di influenza politica, che si basa, per esempio, nei contributi per le campagne elettorali. E' legale, ma questo sistema non funziona bene per la maggioranza dei cittadini.
- Dopo vari anni di abbondanza, i Paesi della UE, e adesso anche gli USA, devono tagliare la spesa per raddrizzare i conti pubblici. E' l'unico modo per uscire dalla crisi?
No, questo è il cammino sbagliato. L'austerità ci porterà a una bassa crescita, il che significherà minore raccolta impositiva e altre spese per la disoccupazione e altri bisogni sociali. E la riduzione del deficit sarà minima e, in ogni caso, deludente. Nel frattempo, le conseguenze sociali a breve e lungo termine saranno enormi. Le economiche anche. Per esempio, e questo è importante per la Spagna, quando i giovani disoccupati non lavorano per molto tempo, perdono le loro capacità, per cui si sta distruggendo l'attivo più importante del Paese, che è il capitale umano. Risulta inoltre molto più complicato reintegrarli nel mercato del lavoro, e quando trovano un lavoro, l'attività è diminuita e i salari pure.
- Allora i tagli significano prolungare la crisi?
Le prospettive a lungo termine sono che l'economia si indebolisca ancora di più. Dal mio punto di vista, una strategia d'austerità non serve per il recupero. Dobbiamo pensare come far crescere l'economia e simultaneamente, a medio e lungo termine, ridurre il deficit. Ci sono modi per farlo. La maggior parte del deficit si deve a una bassa crescita. Quando si ristabilisce la crescita, si risolve il problema, dato che deficit non è causa della bassa crescita, ma il contrario, la bassa crescita è causa del deficit. Questa è l'idea che la gente deve capire. Dobbiamo pensare, allora, strategie che promuovano la crescita, con un impatto positivo sul deficit.
- Ad esempio?
Posto che le classi basse consumano più delle altre, se cambiamo la pressione fiscale dalla classe media alle fasce più alte, risulta che con gli stessi ingressi tributari otteniamo più stimoli e che con lo stesso stimolo riusciamo a raccogliere di più.
- I tagli allo Stato Sociale non lasceranno i Governi con meno capacità per affrontare la prossima crisi?
Sì, chiaro, la crisi sta minando le capacità di agire in un'altra che può arrivare e inoltre non abbiamo realizzato il lavoro riformista per ridurre le probabilità di cadere in un'altra crisi. Di fatto negli USA le cose stanno peggio, non meglio di prima.
- L'euro è in pericolo?
Non dovrebbe, esiste una road-map attraverso la quale l'euro potrebbe emergere con maggiore forza, ma non sembra che la Germania voglia seguirla adesso. Sempre più gente riconosce che ci sono due strade. Una è muoversi e scommettere per un'Europa più forte, riconoscere che si è commesso un errore al non terminare il progetto dell'euro e terminarlo. Questo implica un lavoro fiscale. L'altra possibilità è che non lo si consideri un progetto inconcluso e che bisogna abbandonarlo. Però nell'attuale situazione non è praticabile.
- Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha proposto un ministero dell'Economia per l'Europa, con competenze fiscali e tutela del sistema finanziario. Bisognerà avanzare in questa direzione?
A lungo termine l'Unione Europea ha bisogno di una cosa del genere. Ma bisogna tener presente che con la creazione dell'euro i Paesi hanno ceduto due strumenti, i tassi di cambio e i tassi di interesse e questo Ministero si porterà via un altro strumento.
- Allora cosa deve fare l'Unione Europea, avanzare verso un'integrazione fiscale o no?
L'Europa ha bisogno di un sistema di finanziamento più integrato. Negli USA è federale, non è completamente integrato. Due terze parti corrispondono al livello federale e un terzo allo statale e locale. In Europa solo l'1% è nelle mani del sistema federale, il che non è equilibrato.
- Questo non richiede anche maggiore integrazione politica?
Di fatto il sistema economico europeo è più integrato di quello politico. E questo modello di integrazione dev'essere capace di funzionare in un contesto in cui le parti possono sperimentare diversi choc. Per esempio, negli USA c'è un contesto adeguato d'integrazione, anche se non è perfetto. Se la California soffre uno choc, ci sono vie per cui il sistema la aiuterà. L'Europa non ha una politica economica uniforme o una dottrina davanti a circostanze diverse.
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