Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta pare siano versi che non citiamo solo noi italiani, amareggiati dalla deriva del nostro Paese. Li usa anche Aurora Conde, direttrice del Dipartimento di Filologia Italiana dell'Universidad Complutense di Madrid, una delle più importanti di Spagna, per proporre un paragone un po' blasfemo, in un blog di elmundo.es, Ellas, dedicato alle tematiche femminili. Dante Alighieri e Silvio Berlusconi. Il primo che accetta, orgoglioso e altero, un esilio nel nome delle sue appassionate idee politiche. L'altro che non se ne va, nonostante abbia fatto il danno peggiore che si possa fare al proprio Paese, portarlo sull'orlo della bancarotta, e si sia circondato di corrotti e corruzione.
E' un articolo che dimostra una profonda conoscenza dell'Italia, antica e moderna, descritta con un certo idealismo, e che non sfugge al paternalismo che spesso accompagna gli spagnoli quando parlano di cose italiane. E' interessante leggerlo. E testimonia l'apertura spagnola, l'interesse per cosa succede nel mondo, anche a due ore da Madrid, la curiosità per le altrui vicende. A quando un articolo italiano del genere, su una testata che abbia un'omologa importanza di El Mundo, per parlare, per esempio, di Miguel de Cervantes e José Luis Rodriguez Zapatero? Che provincialismo, nella mancanza di interesse italiano per quello che succede a due ore da Roma. E che immortale, quella quartina del padre Dante!
L'articolo di Aurora Conde, in italiano
Nei giorni scorsi, attenta alle notizie che arrivavano dall'Italia, pensavo ad alcuni versi di circa 700 anni fa, che scriveva Dante: Ay, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta (in italiano nel testo NdRSO).
I versi sono del canto VI del Purgatorio, in cui Dante e la sua guida, Virgilio, incontrano il trovatore mantovano Sordello, ed è uno dei cosiddetti canti politici della Divina Commedia, in cui il poeta lascia emergere la sua appassionata, a volte violenta, visione e concezione dello Stato e della patria. La sua patria, Firenze, era allora una città orgogliosa, indipendente, imprenditrice e avanzata civilmente, in cui il poeta visse fino al suo esilio, nel 1302. Firenze, come il resto d'Italia, attraversava in quel periodo, un momento di estrema fragilità, colpita da lotte che nel suo territorio dividevano i due grandi poteri di allora, l'Impero e il Papato, a cui se ne univano altre, derivate da queste, locali e interne.
Dante era quello che oggi chiameremmo un intellettuale impegnato o, meglio, quello che oggi raramente possiamo chiamare un politico intellettuale. Occupò ruoli molto importanti nell'amministrazione della sua città finché, a causa di interessi incrociati dei grandi poteri, fu condannato all'esilio. Nonostante ebbe in varie occasioni la possibilità di tornare nella sua città, non volle mai accettare le condizioni che gli imponevano per questo, considerandole ingiuste e umilianti. Non tornò a Firenze, dove non volle neanche essere sepolto, e questa decisione segnò profondamente la sua vita e la sua opera.
Nel VI canto, Sordello, al riconoscere il suo concittadino Virgilio, che come lui era di Mantova, si emoziona e si avvicina a parlare con i due viaggiatori. A partire da lì il testo entra in pieno nel tema della patria, attraverso una lunga, appassionata, riflessione in cui i tre personaggi dibattono in un tono pessimista, però di grande dignità, nobiltà e altezza intellettuale. Il tema che li occupa è la loro terra, quest'Italia, allora frammentata in città più o meno libere, dipendenti da interessi estranei e stranieri, che la rendevano serva di tutti questi, senza un capitano che la guidasse attraverso la tremenda tempesta politica che la scuoteva, che è quello che dicono esattamente i versi citati al principio. Dante, prima di terminare il canto, amplia la sua amara riflessione a Firenze, popolata da individui disponibili ad accettare cariche senza capacità né volontà per esercitarle, corrotta, lasciata andare all'ignoranza, ai bassi e poco nobili interessi, simile a una malata che si agita in un letto per trovare la posizione adeguata che le allievi il dolore, ma non la medicina per essere curata. Dante parla con desolazione e tristezza, con ira, e anche con una certa vergogna della città che ha servito con lealtà, in difesa del cui ideale politico ha sacrificato la sua posizione, le sue entrate, la possibilità di tornare a casa, e che vede ridotta a un ruolo servile e ambiguo.
In questi giorni ricordavo questo canto in cui si oppone con tanta bellezza all'atteggiamento corrotto, interessato, individualista e distruttivo di chi entra e agisce in politica per mero interesse e quello straordinariamente dignitoso di chi fa di questa stessa attività un servizio per il bene pubblico. Pensavo a chi esercita la politica come un dovere di onestà, prima di tutto con se stesso, fino al punto di essere disposto a pagare un alto prezzo personale in difesa del valore di questo servizio e di questa onestà. Paragonavo l'atteggiamento di Dante, che non volle mai tornare in patria e che si autocondannò alla povertà, all'esilio, all'anonimato e alla solitudine, con quello di Berlusconi, che non se n'è mai voluto andare, neanche dopo aver aumentato considerevolmente il suo già notevole patrimonio. Pensavo all'eredità ammirevole, non solo poetica, ma anche ideologica e politica, che ha lasciato Dante e che dura già da sette secoli, e quella inconsistente, vuota e cosmetica che accompagnerà nel ricordo, spero breve, dell'ex Primo Ministro italiano e del berlusconismo, termine oggi tristemente famoso e che è la sua unica, effimera e volgare eredità. Paragonavo la figura di Beatrice, donna elevata dal poeta a simbolo e culmine di tutte le virtù, a quella di tante altre figure femminili che la Commedia ritrae con rispetto e profondità, con le veline e le fashion-ministre, decisamente incapaci e inadatte, dei governi del Cavaliere (nota che c'entra poco: si vede che Conde conosce l'italiano, finalmente una preposizione articolata davanti al Cavaliere, che i giornalisti spagnoli si ostinano a chiamare El Cavaliere, con l'articolo fisso NdRSO). Mi chiedevo che risorse interiori, che tipo di convinzione ideologica o personale hanno sostenuto lui e chi per molti anni lo ha votato, fino a giustificare azioni che hanno portato un grande Paese ai limiti del ridicolo e del caos, a essere di nuovo una nave senza nocchiero, in gran tempesta.
Sono sicura che l'Italia risalirà la china, confido nell'intelligenza, dignità e onestà di moltissimi italiani, nella loro straordinaria capacità di andare avanti per sorprendere e destare ammirazione. Perciò rimane solo da ricordare loro, nel caso, che Dante collocò gli usurai, i banchieri e i consiglieri ingannevoli nel circolo più oscuro dell'Inferno.