Ho ascoltato il discorso di José Luis Rodriguez Zapatero al 38° Congresso del PSOE di Siviglia, l'ultimo come Segretario Generale del PSOE. E' stato il discorso che ha illustrato 4 anni di Segreteria, è stato il suo ultimo testamento politico. E più sentivo il suo tono colloquiale, la tranquillità con cui accettava le sconfitte e sottolineava le vittorie, più pensavo a quanto mancherà questo visionario dagli occhi azzurri, che ha fatto della Spagna una socialdemocrazia avanzata e che è inciampato contro una crisi economica devastante e imprevista. E' stata la crisi, sono stati i suoi errori nel gestirla, prima dell'immolazione della sua carriera con l'adozione di misure liberiste, a sconfiggerlo. "Se ne va un leader che non ha mai perso un'elezione" ha commentato oggi su Twitter Pedro J Ramirez, il direttore di El Mundo. Se ne va un uomo che l'opposizione non è mai riuscita a battere, neanche quando, nel 2008, c'erano i primi segnali della crisi, e che è riuscita a vincere le elezioni, nel momento più devastante della crisi, con 5 milioni di disoccupati, prendendo meno voti di quanti ne abbia presi lui nel 2008. Immaginate che impotente era nelle urne, l'opposizione a José Luis Rodriguez Zapatero.
Nel suo discorso, di cui ha colpito il tono tranquillo, mai enfatico, mai forzato, quasi una confessione tra amici, Zapatero ha messo i puntini sulle i e ha manifestato anche il suo dispiacere, "dal rispetto democratico", per le revisioni alle sue leggi, dall'aborto alla Educación para la Ciudadanía, che il PP ha già annunciato. ZP se ne va convinto di aver salvato la Spagna dall'intervento straniero, toccato alla Grecia e al Portogallo. Ed è un riconoscimento che iniziano a fargli i media di sinistra e persino di destra; prima o poi glielo farà anche l'ingeneroso successore, il superbo Mariano Rajoy, che non permette domande ai giornalisti, che non si vede in Parlamento e che ha applicato misure più dure di quelle che rimproverava a Zapatero. Ha ammesso di non aver riconosciuto in tempo la crisi: "Lo assumo".Ma ha rifiutato l'idea che il suo Governo abbia "improvvisato le risposte. No. Si è adattato alle circostanze che mano a mano si presentavano". E anche per questo ha invitato il suo partito a fare un'opposizione responsabile, come quella che lui non ha avuto, perché "il PSOE è responsabile quando è al Governo e quando è all'opposizione". E perché il PP al Governo capirà che ci sono situazioni che sfuggono al controllo di un Governo e a cui bisogna dare risposte. E, soprattutto, perché obiettivo del PSOE "non è sconfiggere il PP, ma la crisi".
Zapatero ha anche fatto un'appassionata difesa della socialdemocrazia. Lo ascoltavo e mi chiedevo perché il mio Paese non è capace di esprimere così coerente, onesto e visionario. Non è vero che questa crisi abbia messo in crisi i valori della socialdemocrazia; guardandosi intorno, ha detto, l'aspirazione dei Paesi è costruire una società che offra opportunità e uguaglianza di condizioni di partenza, dunque, "i valori della socialdemocrazia non retrocedono, crescono". E proprio perché c'è ancora fame di socialdemocrazia, Zapatero ha rivendicato il ruolo pioniere del suo Governo nell'estensione dei diritti: la Legge contro la violenza di genere, la Legge sull'aborto, la Legge sul matrimonio dei gay. "Sono diritti che stanno arrivando anche in altri Paesi" ha detto ai delegati, quasi congratulandosi per l'esempio che la Spagna ha dato (e peccato che l'Italia non l'abbia colto, ZP, ma, sai, noi avevamo Berlusconi, uno così macho da non dire neanche una parola indignata, quando i gay venivano menati per strada, solo perché passeggiavano mano nella mano, come dovrebbero poter fare tutte le coppie innamorate, persino in Italia). Ha insistito sull'orgoglio per l'introduzione nelle scuole della Educación para la Ciudadanía, perché è giusto che "gli adolescenti siano consapevoli dei loro diritti, sappiano cosa possono e devono aspettarsi" e ha espresso il dispiacere per l'intenzione del PP di abolire questa materia, "senza darle il tempo di mostrare la sua efficacia e senza conoscerla".
Poi è stato il momento dei saluti. "Il mio tempo finisce qui". Ha chiesto ai compañeros di dare al prossimo Segretario Generale l'appoggio e la lealtà che hanno garantito a lui e ha chiesto al PSOE soprattutto unità per ritrovare al strada della Moncloa; ha promesso anche che ci sarà "sempre, sempre, sempre" quando il partito lo chiamerà per dare "il modesto contributo" che potrà dare. E ha chiuso il suo discorso di poco più di un'ora ricordando che gli spagnoli "non rinunceranno mai all'uguaglianza fraterna". Il suo testamento politico, che fa il paio con quella frase con cui otto anni fa ha iniziato la sua presidenza: "Non raggiungeremo l'utopia, ma ci indicherà la direzione". Ripenso a queste parole e mi manca già.


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