Da oggi Público non è più in edicola. Il suo ultimo numero è uscito ieri. E' stato anche ieri mattina che l'edizione online del quotidiano ha annunciato che, non avendo trovato investitori per risolvere il debito della testata (neanche il più alto tra i grandi quotidiani spagnoli), la casa editrice ha deciso la sua chiusura, lasciando ai lavoratori la decisione sul giorno d'uscita dell'ultimo numero, dando come data ultima domenica 26 febbraio; nel pomeriggio un'assemblea ha stabilito che l'ultimo numero sarebbe stato quello in edicola. Per cui, da oggi, Público non c'è più.
In crisi già da un mese, alla ricerca di un accordo con i suoi creditori, che non è arrivato, il quotidiano era l'unica testata di sinistra nelle edicole spagnole. Sorprende sempre, in Spagna, la netta predominanza della destra nei quotidiani spagnoli. L'ABC, monarchico e conservatore, è il quotidiano più antico del Paese, fondato all'inizio del XX secolo; sono di destra anche La Razón ed El Mundo, mentre El Pais, il quotidiano più letto del Paese è di centro-sinistra, vicinissimo ai socialisti e parte attiva dell'impero mediatico del Grupo Prisa (potremmo dire che è più un quotidiano della borghesia colta e illuminata che della classe media impoverita dalla crisi). Público era l'unica voce alternativa di sinistra: ha lottato per la difesa della Memoria Storica, ha appoggiato il giudice Garzón contro il Tribunal Supremo che lo ha espulso dalla magistratura, ha sostenuto il movimento degli indignados continuando a raccontare, unico tra i grandi quotidiani, assemblee e inquietudini, ha difeso il processo di pace dei Paesi Baschi, simpatizzando con le vittime dell'ETA, ma senza manipolarle né farsi manipolare, è stato sempre a favore della cosa pubblica, contro liberalizzazioni e privatizzazioni dubbie. Dava voce alla sinistra che non si riconosce nel PSOE e che vuole sentirsi di sinistra. Leggerlo era spesso un sollievo.
Nonostante le sue battaglie politiche, non ha vinto quella più importante, in edicola. O meglio, giornalisticamente il suo progetto ha funzionato, in pochi anni è riuscito a diventare uno dei quotidiani più venduti del Paese e uno dei più ascoltati dalla sinistra. Ma è stato fondato poco più di quattro anni fa, quando la concorrenza di Internet aveva già messo in crisi i quotidiani, e poco prima che la grande crisi economica facesse crollare le entrate pubblicitarie in tutti i media, televisivi o stampati. A uccidere Público, l'unico grande quotidiano spagnolo che per coerenza ha sempre rifiutato gli annunci pubblicitari della prostituzione, è stata la caduta delle entrate pubblicitarie, che non si è riusciti a compensare in altro modo. Perdono il lavoro, un centinaio di giornalisti, in uno dei momenti più critici della crisi spagnola e della crisi del giornalismo, con numerose testate costrette alla chiusura. Ieri un comunicato dei lavoratori di Público ha chiesto coerenza con i valori progressisti sempre difesi e, dunque, un licenziamento alle migliori condizioni possibili.
Rimane, per ora, publico.es, l'edizione online, dotata di bloggers appassionati e combattivi, di informazione attenta alle ingiustizie sociali e alle incoerenze politiche, di lettori militanti e guardinghi, disponibili anche a un azionariato diffuso pur di salvare la loro testata. Non si sa ancora a che condizioni rimarrà online e per quanto tempo; il Cielo o chi per lui, vogliano che non sia per poco; nessuna pagina web è così militante da sinistra ed è importante poter leggere gli editoriali e gli articoli dei suoi giornalisti e gli umori dei suoi lettori. Non voglio rinunciare a publico.es, nelle mie mattinate di letture e di ricerca di notizie: tra tante pagine web di destra, la sua assenza mi farebbe sentire più sola, mi priverebbe di una voce essenziale per formare le mie idee sul sentire spagnolo.
Rimane anche il mistero sul perché un Paese aperto e tollerante, capace di compiere così tanti progressi economici, politici e sociali in pochi decenni non riesca ad avere una testata di sinistra, capace di reggere la concorrenza della destra mediatica. "La pubblicità è in mano agli imprenditori e loro sono ricchi e di sicuro non di sinistra" mi commentava ieri un amico. Non è stato il solo, è cosa che mi sento dire spesso anche quando si tratta di televisioni, tutte in mano alla destra, essendo falliti i progetti di Cuatro (El Pais), ceduto a TeleCinco, e la Sexta, prossima alla fusione con Antena 3. Ma sarà solo questo?
Da publico.es, l'articolo con cui il direttore Jesús Maraña saluta l'edizione di carta del suo quotidiano e rivendica il suo ruolo. Mi è piaciuto.
Avvolgere il pesce o un panino è sempre stato un uso un po' avaro del venerabile quotidiano. L'inchiostro macchia. Molto meglio riciclare la carta scritta costruendo un corridoio sul pavimento di mattonelle appena lavato oppure facendo aerei o uccellini volanti. I quotidiani hanno sempre offerto l'interessi di una lettura urgente e di un'altra più tranquilla, per resuscitare dopo da qualunque montagna giallognola, nella certezza di continuare a risolvere questioni pratiche della casa, con usi insospettabili a chi interessava molto poco se l'autore della pagina si chiamava González Ruano, Vargas Llosa o Pepe Pérez. Lezioni di umità per vanità elevate e penne insopportabili.
Corrono adesso tempi diversi, anche rivoluzionari. Il dato urgente arriva alla vista e all'udito attraverso molteplici canali, la cronaca più letteraria occupa pochi mega nel microspazio di un tablet, in cui uno può leggere comodamente il suo quotidiano completo, selezionare la sua foto preferiti, in una galleria numerosa, o aprire un video in cui Obama non solo da al mondo una notizia, ma, di passaggio, canta un blues con B.B. King. Per misteriose ragioni che tralasciamo, questi infiniti usi e accessori di un'offerta informativa non partono, come i vecchi aerei di carta del quotidiano, dal ragionevole e convenzionale atto di pagare un prezzo (bassissimo, ma prezzo). Da tempo l'informazione viene considerata un bene (o un male) di accesso libero e gratuito. E' stato allora che si è fregato il giornalismo, nella sua accezione più nobile e professionale. Una volta stabilito che quasi nessuno è disposto a pagare per ottenere informazione e analisi di qualità, le imprese che si supponevano giornalistiche si sono buttate in strategie suicide. Il video non ha potuto uccidere la stella della radio, ma tra il marketing promozionale (importa meno che sia culturale o si tratti di una bicicletta statica) e la glorificazione del giornalista multipiattaforma, tuttologo e "economico-economico", siamo sul giusto cammino per fare il tiro di grazia al giornalismo.
Perché è il giornalismo che corre un serio pericolo. Da tempo è superato il dibattito sul futuro di carta o di Internet. Il presente sono già le reti sociali e le piattaforme digitali. Rimarranno per qualche tempo le edizioni di carta per elites, collezionisti o dipendenti dell'aroma dell'inchiostro e del suono della pagina che si gira. (Flipboard addirittura imita già queste sensazioni su tablet). Ma la vera incognita da chiarire in questa rivoluzione delle comunicazioni si riferisce alla sopravvivenza o meno del giornalismo, di questa materia prima fabbricata da professionisti preparati e con vocazione, il cui codice d'azione richiede conoscenza, impegno, onorabilità, relazione di rispetto con le fonti, una certa capacità letteraria... Una serie di tratti del mestiere che devono garantire la cosa più difficile da ottenere: la credibilità.
I giornalisti, con maggiore o minore successo e velocità, hanno dovuto adattarsi dall'Olivetti all'Amstrad, dal PC al Mac, e da lì a Internet, a Facebook o a Twitter. Costa, soprattutto quando ogni nuova tecnologia suppone più lavoro per meno denaro, ma sembra costare di più ai famosi guru delle reti sociali trovare formule di ingressi economici che permettano di sostenere nel mondo digitale redazioni capaci di fare giornalismo; con i loro quasi infiniti progressi e una creatività abbondante, ma giornalismo, che continua ad essere la materia prima di questo business, come il grano e la segale lo sono di quasi tutti i pani, anche se la pagnotta è una baguette e gli stampi disegnino forme impossibili.
Público è nato con il desiderio di rompere alcuni stereotipi nel formato di carta, disposto a camminare in parallelo con la rivoluzione digitale e, soprattutto, elaborando una materia prima trasparente: giornalismo onesto, non falsamente neutrale né equidistante, ma impegnato con cause giuste, da un progressismo sincero. In quattro anni e mezzo ha rotto certi tabù, a dato eco a voci silenziate dal rumore del discorso unico e ha raggiunto lo spazio intergenerazionale che cercava come piattaforma di dibattito e riferimento di un modo di vedere la vita. Nel complesso universo della sinistra spagnola sarebbe auspicabile una riflessione autocritica sul monolitico panorama mediatico, oltre all'ovvietà che il denaro non usa viaggiare in valigie rosse.
L'acutissima crisi economica, quella pubblicitaria, quella dei carta... sono fattori decisivi, che hanno reso insostenibile il progetto di Público, come lo sono gli stessi errori della direzione del quotidiano o dell'impresa editrice. Ieri Mediapubl e l'amministrazione fallimentare hanno dato domenica 26 febbraio come data limite per l'edizione di Público su carta, non essendo riusciti a trovare il finanziamento necessario per la sua continuità. L'assemblea dei lavoratori, dopo quasi due mesi di incertezza durante i quali è rimasta fedele all'appuntamento con i lettori, ha deciso di non realizzare altri numeri. L'impresa ha annunciato l'intenzione di dare continuità all'edizione digitale di publico.es, con 5,5 milioni di utenti unici, secondo l'ultimo controllo della OJD, un numero di contatti che la ponte al quarto posto come sito web d'informazione generale in Spagna.
(...) Per 1599 giorni, Público non ha mancato il suo appuntamento nelle edicole. Grazie di cuore a tanti lettori fedeli e a questi oltre 44mila firmatari del Manifesto di sostegno al quotidiano. Adesso che nessuno potrà avvolgere pesce né fare aeroplani con le sue pagine, il nome e quello che rappresenta continueranno nella Rete. Hasta siempre.
che peccato. Quando sono andata in Erasmus, Publico era uscito da poco, e molto spesso aveva in allegato film, documentari e libri interessanti e con poco sovrapprezzo. Era il giornale che leggevo più volentieri quando ero in Spagna- purtroppo non si è mai trovato nelle edicole italiane.Mi fa piacere sapere che almeno la sua versione online rimarrà con noi...
Scritto da: remedios | 25 febbraio 2012 a 15:57
non si sa fno a quando rimarrà, Remedios, pare che licenzieranno fino all'84% dei lavoratori... si prevedono tempi duri :(
Scritto da: rottasudovest | 03 marzo 2012 a 16:59