Il presidente dell'Ecuador Rafael Correa ha annunciato di aver perdonato i dirigenti del quotidiano El Universo e il giornalista Emilio Palacio, autore di un editoriale in cui lo accusa di aver ordinato di sparare contro un ospedale (se lo volete leggere, in spagnolo, è qui), e di aver concesso loro "la remissione delle pene che meritatamente hanno ricevuto"; Correa ha anche deciso di non procedere con la denuncia contro i goirnalisti Juan Carlos Calderon e Christian Zurita, autori del libro El gran hermano, in cui denunciano i traffici di suo fratello Fabricio, all'ombra del potere (il Codice ecuadoriano prevede che il privato cittadino denunciante possa chiedere poi la remissione della pena).
L'annuncio è arrivato dopo circa mezz'ora di una lettera aperta che il presidente ha letto agli ecuadoriani e in cui spiega il suo punto di vista su una vicenda che, ha commentato, "è stata raccontata solo dal punto di vista di El Universo, perché nessun giornalista né dell'Ecuador né del mondo ha chiesto un'intervista al cittadino Rafael Correa per conoscere le sue ragioni". La decisione di concedere il perdono ai giornalisti è stata presa dal presidente tempo fa, "nel cuore", e dopo aver consultato la sua famiglia, perché erano stati raggiunti gli obiettivi che si era prefisso e perché non è mai stata sua intenzione né vedere i giornalisti in carcere né far fallire una testata giornalistica né arricchirsi, come vari media internazionali, compreso il manifesto firmato da oltre 100 scrittori ispanici e riportato da Rotta a Sud Ovest, accusavano ("i soldi dell'indennizzo sarebbero stati utilizzati per il progetto Yasuni, che avrebbe lasciato il petrolio sotto terra, ma tutto questo è stato ignorato dai giornali"). Tre erano gli obiettivi di Correa all'iniziare il processo come privato cittadino: "Primo, dimostrare che El Universo ha mentito e non ha corretto la sua bugia, attentando, lui sì, alla Costituzione, i diritti umani e l'etica più elementare. Secondo, evidenziare che i responsabili non sono solo i malviventi che non hanno niente da perdere, che si prestano a qualunque cosa per odio, ma anche i dirigenti della testata e lo stesso quotidiano attraverso il quale si diffondono le infamie. Terzo, ottenere che i cittadini dell'Ecuador superino la paura a questo tipo di stampa, che agisce in modo corrotto e abusivo. Si è dimostrato ce si può portare a processo e vincere l'abuso del potere mediatico".
Il presidente ha anche denunciato il corporativismo dei media e dei giornalisti, che si sono indignati immediatamente parlando di libertà d'espressione in pericolo e non hanno raccontato che lui ha presentato al processo oltre 150 articoli "con calunnie e infamie; sono arrivati a dire che il giorno del Colpo di Stato siamo arrivati a togliere le pallottole dai cadaveri, perché non si vedesse che erano stati ammazzati". I media hanno riportato i continui cambi di giudici, "ma non hanno detto che era El Universo che chiedeva la loro ricusazione, non noi". Ha detto di comprendere molto bene che come personaggio pubblico e come Presidente dell'Ecuador sia sottoposto a critiche, anche feroci, più di qualunque altro cittadino, ma non può accettare che la libertà d'espressione sconfini nell'infamia e nella calunnia. Il perché lo ha spiegato implicitamente quando ha rivelato di aver discusso la sua decisione sulla sentenza con la sua famiglia, "perché anche noi abbiamo una famiglia" e forse ci sono genitori, mogli e figli, a cui fa male sentir dire, falsamente, che il proprio padre è un assassino.
Le pene stabilite dai Tribunali ecuadoriani, tre anni di carcere e 40 milioni di dollari di multa per i dirigenti e l'editorialista di El Universo e un milione di dollari di indennizzo per gli autori di El Gran Hermano, sono indubbiamente sproporzionate e possono davvero intimidire chiunque voglia scrivere qualcosa che non sia un complimento (e anche questo va discusso). E probabilmente la giustizia, per quanto sia uguale per tutti, non tratterà mai il Presidente della Nazione come un privato cittadino, per cui sarebbe stato meglio se Correa avesse presentato le sue denunce a fine mandato. Però.
Io non me la sento di condannare il suo discorso, come vedo fare da buona parte della stampa internazionale. E' vero: il corporativismo dei giornalisti è forte e deleterio e impedisce qualunque autocritica e qualunque critica; c'è una sorta di autocompiacimento per la propria professione e per il potere che indubbiamente offre, che spinge a interpretare qualunque critica come un attacco alla libertà d'espressione; c'è una malinterpretata idea di libertà d'espressione secondo la quale si può dire qualunque cosa sul ricco e famoso di turno e non si pubblicano notizie interessanti perché non sono sufficientemente "succose" o non sono state scritte in modo "sfizioso". Ho letto vari editoriali di El Universo in cui Rafael Correa viene chiamato Rafael o el Dictador e credo che il giornalismo sia un'altra cosa: Rafael viene utilizzato in segno di disprezzo, come se il presidente non fosse degno di essere chiamato per cognome, Cristina (per Fernández de Kirchner) o Felipe (per González) o Soraya (per Sáenz de Santamaria) vengono utilizzati per affetto, per familiarità, per vicinanza, tutte cose che mancano al Rafael di El Universo per Correa; quanto a chiamare Dictador un presidente democraticamente eletto, per quanto possano non piacere la sua ideologia e la sua azione politica, si definisce da solo. Non ho mai apprezzato Silvio Berlusconi né per ideologia né per azione politica né come essere umano, ma non mi è mai passato per la mente di chiamarlo dittatore, visto che contava (e conta) sul voto del 30% degli italiani, né l'ho mai definito nanopelato e amenità varie usate contro di lui in segno di disprezzo. Sono sempre dell'idea che l'informazione debba avere una dignità e un rigore che devono trasparire sempre, anche negli editoriali, per sottolineare la differenza dalla satira, che è un'altra cosa (anche se viviamo in tempi che amano confonderle).
Se quello che Correa ha affermato nel suo discorso, e non c'è ragione di credere che abbia mentito (El Universo non ha controbattuto neanche a una delle sue affermazioni e non sono sicura non l'abbia fatto per non essere di nuovo denunciato), non ha mai ricevuto una richiesta d'intervista sulla vicenda, ma sì ha dovuto leggere migliaia di articoli contro di lui sulla stampa di tutto il mondo, non ha mai letto articoli in cui si parla dei 150 articoli contenenti calunnie (che non sono informazione) che ha presentato al processo, non ha mai letto che non è stata la sua difesa la responsabile dei continui cambiamenti dei giudici, ma quella di El Universo, forse c'è un problema nell'informazione.
Come ho già scritto su Rotta a Sud Ovest, il processo a El Universo è una vicenda che mette a disagio, non solo perché coinvolge il Presidente di un Paese e il suo quotidiano più diffuso, ma anche perché mette in discussione temi importanti come il rapporto tra libertà d'espressione e calunnia o tra editorialisti e quotidiano che pubblica (io sono convinta che un quotidiano sia responsabile di quello che scrivono i suoi editorialisti, altrimenti sarebbe il festival dell'insulto e la sagra delle invenzioni tutti i giorni) o come il tipo d'informazione che arriva al pubblico o, ancora, tema forse più importante di tutti, anche se in questo caso è passato completamente inosservato, come gli interessi dei proprietari dei quotidiani, spesso grandi imprenditori, filtrino (e manipolino) l'informazione, soprattutto politica ed economica, che arriva ai lettori. E il corporativismo dei giornalisti ha impedito di discutere serenamente argomenti come questi.