La Colombia si disinteressa dei suoi figli sequestrati nella selva dalle FARC? A pensare alle manifestazioni di solidarietà che hanno portato centinaia di migliaia di persone nelle strade, si direbbe di no. Ad ascoltare la 17enne Natalia Duarte, si direbbe di sì.
La giovanissima attivista è figlia del poliziotto Carlos José Duarte, sequestrato dalle FARC 12 anni e 7 mesi fa, quando lei aveva solo 4 anni, e uno dei sei ostaggi che le FARC si sono impegnate a liberare a dicembre scorso. Per sollecitare la sua liberazione e quella degli altri sequestrati, nei giorni scorsi Natalia ha intrapreso una marcia, da Fusagasugá, nel dipartimento di Cundinamarca, nella Colombia centrale, fino a Bogotà. 70 km circa di cammino che l'adolescente ha percorso indossando una maglietta bianca con stampata una foto del padre e che l'hanno vista accompagnata da una trentina di persone, anche se poi è arrivata a Bogotà solo in compagnia di alcuni poliziotti. In questo modo Natalia Duarte ha rivoluto ripetere le gesta del professor Gustavo Moncayo, che camminò per 800 km per esigere la libertà del figlio Pablo, e, in scala più piccola, del giovanissimo Johan Steven Martinez, figlio di José Libio Martinez, che fu ostaggio delle FARC per quasi 14 anni, prima di essere assassinato a tradimento, lo scorso novembre.
Ma sembra che il cammino di Natalia non sia stato accompagnato dallo stesso affetto e rispetto che hanno seguito le marce del professor Moncayo e del ragazzo Martinez: nelle cittadine che ha attraversato ha raccolto indifferenza e silenzio e le poche persone che hanno iniziato la marcia con lei l'hanno via via abbandonata. La giovane attivista è arrivata nella plaza de Bolivar, il cuore istituzionale di Bogotà, da sola, come si diceva, accompagnata solo da alcuni poliziotti e attesa dalle televisioni. Arrivata nella capitale, delusa e in lacrime, Natalia ha detto ai media: "Mi rende molto triste vedere come molti colombiani non si preoccupano dei sequestrati e pensano che questo problema sia solo delle famiglie. C'è gente che non ha ancora capito che riguarda tutti. Ci manca moltissima coscienza sociale". Lei ha dovuto acquistare la sua coscienza sociale sin da bambina e ha ricordato ai media di non aver avuto un'infanzia e un'adolescenza normali, ma di aver dovuto sacrificare spensieratezza e giochi alla lotta per la liberazione del padre. E non solo. "Non ho marciato solo per la libertà di mio padre, ma per le famiglie degli altri sequestrati e per i desaparecidos della Colombia" ha voluto sottolineare nelle interviste rilasciate nella plaza de Bolivar, ancora emozionata.
"Alle FARC chiedo di restituirmi quello che mi hanno tolto. Esigo loro che liberino subito mio padre e se non lo fanno, sono disposta ad andare fino alla selva per andarmelo a prendere"
Con lei, il giornalista Herbi Hoyos, conduttore del programma radiofonico Las voces del secuestro, che mentre Natalia Duarte marciava offriva agli ascoltatori la Seconda Maratona dei Messaggi, a cui hanno preso parte anche alcuni ex ostaggi delle FARC. "Andremo disarmati fino agli accampamenti, accompagnati solo dalla società civile, con l'intenzione irrinunciabile di riportarli a casa. Vedremo se le FARC oseranno ucciderci".
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