Sembra di essere tornati ai primi giorni del movimiento del 15 de mayo, il 15-M, quando l'entusiasmo e l'impegno facevano sì che gli indignados dominassero le reti sociali con la loro #SpanishRrvolution, #tomalacalle e tanti altri hashtag che erano una fucina di idee e informazioni.
#primaveravalenciana è da un paio di giorni l'hashtag più seguito di Twitter in Spagna. La primavera valenciana è fiorita in anticipo a causa dell'assenza di riscaldamento in una scuola superiore, l'Instituto Lluis Vives (oggi l'ABC giura che è una bugia, che le aule sono sempre state riscaldate), che ha portato per le strade centinaia di studenti per un mese, ha spinto a Polizia a reagire con cariche violente la scorsa settimana e ha convinto decine di migliaia di persone a protestare in tutta la Spagna, in segno di solidartietà (Valencia escucha, Madrid/Sevilla/Vigo está en la lucha, Valencia, ascolta, MAdrid/Siviglia/Vigo è nella lotta, si è sentito urlare nelle manifestazioni in tutto il Paese). L'Instituto Lluis Vives come la Puerta del Sol a maggio 2011? E' ancora presto per dirlo, ma è ormai una settimana che Valencia scende in strada tutti i giorni, con confronti continui con la Polizia.
Ieri la maggiore manifestazione, che ha portato in strada non solo gli studenti, ma anche migliaia di valenciani di ogni età, decisi a manifestare la solidarietà ai più giovani, "perché senza di loro non c'è futuro" e "perché non esiste che siano loro a pagare il prezzo della corruzione dei politici". Si è già detto su Rotta a Sud Ovest: la Comunitat Valenciana è la più indebitata di Spagna ed è quella più coinvolta negli scandali di corruzione, con un presidente della Regione, costretto alle dimissioni per corruzione, assolto in processo da una giuria popolare, ma non reintegrato in un ruolo da protagonista dal PP. La visita del Papa, i Gran Premi di Formula 1, la Coppa America sono costati alla Comunitat milioni di euro in debiti; solo l'Assessorato all'Istruzione conta 33 milioni di debiti con i centri scolastici, che significano, evidentemente, meno servizi, bollette non pagate e famiglie costrette a comprare di tutto, dalla carta igienica ai fogli di carta (in una scuola di Valencia le pulizie vengono fatte dai genitori, al sabato). Il taglio del riscaldamento è stata l'ultima goccia per gli studenti dell'Instituto Lluis Vives, uno dei più prestigiosi del centro cittadino.
Alle proteste per questi disservizi si uniscono quelle per le violente cariche della Polizia: nei giorni scorsi sono stati arrestati una quarantina di giovani, tra cui alcuni minorenni. La cosa che più ha choccato i valenciani e gli spagnoli, però, è stata una frase detta dal Capo della Polizia di Valencia Antonio Moreno: "Non vi dico quanti effettivi sono stati usati durante la manifestazione perché non si fa arrivare al nemico questo tipo di informazione". Ecco, ai valenciani il linguaggio bellico di Moreno non è andato giù. Som el Poble, no l'enemic (Siamo il popolo, non il nemico) recitava in valenciano lo striscione che ha aperto la manifestazione di ieri: decine di migliaia di persone, che hanno marciato all'Instituto Lluis Vives, diventato punto di riferimento delle proteste, fino alla Delegación de Gobierno, nel cuore di Valencia, per chiedere le dimissioni della Delegata del Governo nella Comunitat Valenciana Paula Sánchez de León, considerata responsabile della "reazione sproporzionata" della Polizia
Som el Poble, no l'enemic. Siamo il Popolo, non il nemico. Cosa significa quando un popolo è costretto a ricordarlo ai suoi dirigenti? Non lo so, ma mi è già capitato un paio di volte che in conversazioni varie mi abbiano detto: "Franco non è morto" o "Mi sembra siano tornati i tempi di Franco". Ovviamente è esagerato, gli spagnoli sono latini e dunque hanno una esagerata tendenza al melodramma e alle estremizzazioni. Però.
Si sente che si è passati dalla Spagna tollerante e socialista alla Spagna impaziente e conservatrice. I giovani scendono in strada a protestare contro le cariche della Polizia e i media della destra gridano al complotto. Accusano la sinistra di cercare di vincere in piazza quello che ha perduto nelle urne, ricordano che il popolo parla alle elezioni e non nelle strade. Ieri Pedro J. Ramirez, il carismatico direttore di El Mundo, usava le reti sociali per lanciare il nuovo ordine: il popolo parla nelle urne. Ed è un messaggio pericoloso, fatto proprio anche dai politici di destra, nonostante implichi un potere assoluto per il Governo che nessuna democrazia occidentale ha mai concesso. Sono gli stessi politici di destra che negli anni socialisti hanno partecipato alle manifestazioni di protesta contro il matrimonio gay, contro la legge sull'aborto, in favore della famiglia o delle vittime del terrorismo (come se José Luis Rodriguez Zapatero fosse contro entrambi). Perché allora era legittimo scendere nelle piazze e adesso il popolo parla nelle urne e, sottinteso, nei quattro anni sucessivi stia a casa e non disturbi il timoniere? C'è uno iato evidente a cui il PP non ha ancora trovato risposta, costretto al pragmatismo da una crisi economica, che sta affrontando con misure anche più dure di quelle contestate a suo tempo al PSOE, e alla mediazione con un'inquietudine popolare che aveva messo nel conto e che però non è la stessa cosa quando arriva nelle strade.
Ieri Mariano Rajoy ha cercato di gettare acqua sul fuoco, chiedendo a tutti prudenza e senso della misura, per non danneggiare l'immagine del Paese. Ma la miccia della Primavera Valenciana si è accesa: i valenciani vogliono le dimissioni di Paula Sánchez de León e le hanno promesso che torneranno tutti i giorni davanti ala Delegazione del Governo fino a quando non le otterranno. Lei ha già fatto sapere che non ci pensa neanche. Oggi è stata convocata una nuova manifestazione. Il braccio di ferro continua e la Primavera Valenciana minaccia essere l'anticipo di un verano caliente, un'estate calda.


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