Dicono non sia vero che si è neutrali davanti alla monetina lanciata in aria per prendere una decisione, perché nell'istante in cui scende e si spera che esca una faccia, piuttosto che l'altra, si è compiuta la scelta.
Ho sempre pensato di essere neutrale nei Clásicos spagnoli: che vinca il Real Madrid o il Barça non è cosa che mi tolga il sonno. I trionfi del Barça mi hanno sempre rallegrato per Pep Guardiola, obiettivamente, l'unico che sopporto e mi è simpatico, a livello individuale, dei blaugrana, venduti dai media così perfettini, amicissimi e tutti famiglia senya (la bandiera nazionale della Catalogna) e Camp Nou da risultare vagamente insopportabili. E mi sono dispiaciuti più per José Mourinho e Cristiano Ronaldo, che causano molta insofferenza anche tra gli stessi tifosi del Real Madrid, a causa della superbia incontrollata, che per i vari Casillas, Ramos, Ozil & C.
Il Clásico di oggi, al Camp Nou, era fondamentale per il Campionato; a cinque giornate dalla fine, il Real Madrid arrivava con quattro punti di vantaggio sul Barça, sui dieci che aveva e ha sprecato nelle ultime giornate (a fine anno bisognerà poi fare i conti su chi è stato più sprecone). Evidentemente, la vittoria del Barça avrebbe riaperto il campionato, quella del Real Madrid lo avrebbe chiuso. Sia Mou che Pep sono arrivati al Clásico sottotono: il blaugrana con la stucchevole modestia d'ordinanza, il portoghese attento a non creare polemiche inutili e a mantenere i suoi uomini sereni.
La partita ha preso subito la direzione del Real Madrid e ha dimostrato un concetto che il calcio spagnolo e barcellonizzante non ha chiaro: non è il possesso del pallone che fa la differenza, ma l'uso che se ne fa. Il Barça è apparso più confuso, con i suoi uomini chiave, Leo Messi e Andrés Iniesta persi chissà dove. Il Real Madrid è apparso in palla come poche altre volte, ben piantato in campo, senza lasciare spazi e affidando alla velocità di Cristiano Ronaldo e Karim Benzema le scorrerie davanti alla porta di Victor Valdéz.
Ha vinto il Real Madrid 2 a 1ed è stata una vittoria meritata. Una vittoria storica: è la prima volta che José Mourinho espugna il Camp Nou (ed è la prima volta che vedo vincere i madridisti a Barcellona) ed è la prima volta che il Real Madrid controlla una partita contro il Barça negli ultimi anni. Si può dire che con questa vittoria cambia il ciclo della Liga spagnola? Cambia l'atteggiamento mentale di questo scorcio finale di stagione ed è probabilmente l'inizio della fine del ciclo di Pep Guardiola, sempre dubbioso circa l'opportunità di continuare la sua esperienza di asso prenditutto sulla panchina del Barça. Questa settimana il Barça dovrà giocare al Camp Nou la semifinale di Champions League contro il Chelsea, che lo ha battuto 1 a 0 a Londra; al Santiago Bernabéu il Real Madrid riceverà il Bayern Munich, che lo ha battuto in casa per 2 a 1. E' evidente che l'animo con cui le due spagnole arrivano alla sfida della semifinale è diverso e Guardiola ha solo 48 ore per rianimare i suoi uomini e ritrovare lo spirito vincente di questi anni. Se i blaugrana dei sei titoli a stagione non si ritrovano in fretta, rischiano di giocare solo la finale di Copa del Rey, contro l'Athletic Bilbao; ha ragione Pep, i cicli vincenti non durano per sempre, ma pensare che il Barça che ci sorprendeva si troverebbe a giocare una sola finale è choccante.
Così come è stato un po' choccante vedere Sergio Ramos, Iker Casillas, Arbeloa e Cristiano che si abbracciavano e che festeggiavano (sobriamente, va detto) la vittoria e l'implicita imminente conquista della Liga sull'erba del Camp Nou, mentre dagli altoparlanti suonava l'inno emozionante e nazionalista del Barcellona (Blaugrana al vent/un crit valent/tenim un nom el sap tothom cantato dall'intero Camp Nou mette semplicemente i brividi).
E, come dicevo, mi sono sempre sentita piuttosto neutrale, davanti ai Clásicos. Ma.
Negli ultimi minuti della partita, davanti ai veloci contropiedi del Real Madrid, mi è venuto un paio di volte da esclamare, no, no! ed è lì che ho ripensato alla storia delle dita che si incrociano mentre la monetina cade a terra, sperando in una facciata piuttosto che nell'altra.
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