Stamattina, sulla Home Page di publico.es, aveva ampio spazio un titolo, Que se jodan los italianos, che, tradotto, suona più o meno come Che si fottano gli italiani. Tranquilli, non è un articolo contro gli italiani, ma contro un certo modo di essere spagnoli, che collega, in modo molto interessante, la finale degli Europei e la frase di una deputata, in Parlamento.
Mercoledì 11 luglio Mariano Rajoy ha presentato al Congreso de los Diputados la manovra con cui avrebbe cercato di rastrellare ovunque i 65 miliardi di euro richiestigli dall'Europa, insieme a riforme e a misure precise (l'aumento dell'IVA è un diktat di Bruxelles, più che una scelta del premier), per concedere il prestito al sistema finanziario spagnolo. Lo ha fatto in un clima degno, purtroppo, più di uno stadio che di un Parlamento. A ogni misura annunciata ha ottenuto applausi, manco avesse promesso benessere e ricchezza per tutti, invece di impoverimento e perdita dei diritti per milioni di persone, manco avesse annunciato l'ingresso della Spagna nell'elite dell'euro, accanto a Francia e Germania, e non il suo declassamento a Paese sul bordo della bancarotta, tanto dipendente dal finanziamento sui mercati che o fa quello che vuole Bruxelles per ricevere aiuti o non avrà più denaro per pagare stipendi e pensioni. A un certo punto la deputata Andrea Fabra, che ha ereditato il seggio dal padre, Carlos, boss del PP nella Comunitat Valenciana, ha urlato tutta soddisfatta una frase che tiene banco da giorni: Que se jodan! Che si fottano!
Le reti sociali e i media progressisti l'hanno rilanciata nel web, da dove è tracimata poi nelle strade. Che si fottano. I lavoratori che perdono i diritti e che saranno più poveri? Le famiglie che con l'IVA in aumento di 13 punti vedranno le loro spese aumentare di 4-500 euro all'anno, senza un adeguamento degli stipendi e, anzi, con un loro abbassamento? Vista la gravità della frase e la durezza della reazione sia delle opposizioni e dell'opinione pubblica, che hanno chiesto le sue dimissioni, Fabra ha assicurato che la frase era diretta ai socialisti (come se un deputato potesse rivolgersi così ai colleghi in aula), che è stata malinterpretata e non ci pensa proprio a dimettersi, visto che è "vittima" della "manipolazione" dei soliti media (il berlusconismo e la sua arroganza sono stucchevoli persino in salsa spagnola). Da giorni la frase di Fabra, le reazioni del suo partito, il PP, e le richieste di dimissioni, rifiutate, tengono banco ovunque.
Da questo clima, l'articolo di publico.es, secondo il quale molti deputati popolari credevano di essere ancora a Kiev, dove la Spagna ha vinto gli Europei. "Esaminiamo lentamente la giocata: don Mariano aveva ancora il chip della Eurocopa e annunciava ogni pugnalata al cuore della società spagnola come se fossero i gol della finale. Nella sua mente di tifoso patriottico, l'Italia continuava a essere lì davanti, era il nemico da battere. Avremmo insegnato agli spaghetti non solo come colpire la porta rivale, ma anche come lasciare la propria economia in rovine, approvando tagli a non finire: don Mariano Mani di Forbici. Questa estensione del pallone per altri mezzi è l'unica che può spiegare in modo convincente gli applausi con cui la tifoseria del PP ha celebrato ogni taglio. Come se fossero ancora nello Stadio Olimpico di Kiev e don Mariano avesse appena segnato di testa, senza cambiare espressione" scrive la pagina web spagnola.
Anche il Que se jodan della deputata Fabra va letto in questa chiave: Que se jodan los italianos, che imparino! "Gli italiani non hanno la minima idea di come si gioca al pallone né di fare tagli stile Cesc Fàbregas. Basta vedere le lacrime di coccodrillo del Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che piangeva come se le importasse qualcosa della disgrazia del suo popolo. Quello che esigono i cittadini ai politici è l'onestà, che siano sinceri, che dicano quello che pensano, come la signorina Andrea Fabra, che dice il primo verbo che le passa per la testa (l'unico verbo, che cazzo!). Fornero era disfatta dalle lacrime, mentre nella stessa circostanza doña Soraya (Saenz de Santamaria, la vicepresidente del Governo spagnolo e braccio destro di Rajoy NdRSO) sbadigliava mezzo addormentata al suo posto, pensando ai fatti propri, neanche colpita dai cantici della Curva Sud del suo partito, che qualcuno fosse al punto di richiedere il ritorno alla giornata di 12 ore, l'abolizione dei finesettimana e del Concilio di Trento".
Credo che il senso ironico dell'articolo e l'atto di accusa verso i deputati popolari siano piuttosto chiari. Ma a me questo paragone con la finale di Kiev, piuttosto azzeccato, ha fatto pensare a un modo di essere spagnoli che non deve appartenere per forza alla maggioranza e che però è piuttosto evidente nelle idiosincrasie locali. E' la Spagna che gode nel veder soffrire il più debole, che se ensaña, secondo un suo bellissimo verbo (la ricchezza del castigliano!), si accanisce, contro chi non può difendersi, che ama umiliare chi è più fragile, sia il toro in una corrida o in uno dei molteplici giochi di cui è vittima, sia il cittadino che perde diritti o il rivale di qualunque competizione, non solo sportiva, anche se lo sport, per le sue connotazioni di identificazione, amplifica il fenomeno.
Ho sottolineato più volte come, secondo la stampa spagnola, Fernando Alonso, Rafa Nadal o la stessa Selección, non si limitino a vincere, come fanno gli atleti degli altri Paesi, ma "umiliano" o "danno una lezione" ai rivali sconfitti. C'è sempre quest'ansia di primeggiare cercando di ridicolizzare l'avversario che è choccante per chi non è abituato a questo stile e arriva in Spagna aspettandosi un Paese gentile e affettuoso (e invece, quanta mala leche, nel carattere spagnolo!).
Prendiamo la stessa finale di Kiev, con una premessa: quando Del Bosque, uomo per cui ho perso ogni stima quella stessa notte, ha mandato dentro Fernando Torres ho spento la televisione, avendo già capito la sua giocata. La Spagna controllava la partita perché l'Italia ormai non era più in campo, vinceva comodamente 2 a 0 ed era in superiorità numerica, perché gli azzurri erano rimasti in 10 a causa di un infortunio e dell'impossibilità di effettuare altre sostituzioni, avendo esaurito tutti i cambi. Insomma, la Spagna era già meritatamente campione d'Europa e che ti fa Del Bosque, a un quarto d'ora dalla fine? Manda in campo un attaccante come Fernando Torres, fresco come nessun italiano poteva essere, contro il quale l'allenatore rivale non poteva fare alcuna mossa, avendo esaurito i cambi, e contro il quale la squadra in campo non poteva reagire, essendo stanca e in inferiorità numerica. Lo scopo dell'ingresso di Torres è stato chiaro sin da subito: goleare la squadra vinta. Infatti la Spagna ha vinto 4 a 0, facendo gli ultimi due gol in pochi minuti. Gli spagnoli si vantano di questa goleada, ma, se io fossi spagnola, a me farebbe schifo, perché ottenuta contro una squadra inferiore e nell'evidente impossibilità di difendersi. Ma qui sta la differenza tra la mentalità italiana e quella spagnola. Noi godiamo dei nostri successi, loro non riescono a farlo senza vederci anche una certa umiliazione dell'avversario. Non basta vincere, vogliono vedere soffrire l'avversario, come il toro nell'arena (credo di aver capito il senso delle corride nell'immaginario spagnolo, dopo aver visto la finale di Euro2012).
Quando gli spagnoli vogliono stravincere? Quando hanno davanti un rivale più debole e in evidente difficoltà, non quando hanno davanti un rivale en condiciones. Contro un'Italia fresca e in condizioni, la Spagna non ha mai vinto e in questi stessi Europei ha ottenuto a malapena un pareggio, rischiando la sconfitta. L'ultimo quarto d'ora della finale di Kiev parla della Spagna che gode nel vincere contro il più debole, nel vederlo sofferente e umiliato, sia il toro in una corrida, l'Italia in inferiorità numerica o le classi medie che perdono i diritti in Parlamento. Non ho mai visto la Spagna cercare di goleare un rivale in parità di condizioni o più titolato, non ho mai visto gli aficionados pretendere che il toro entri nell'arena in parità di condizioni con il torero, non ho mai visto gli spagnoli sollevarsi contro chi li sfrutta (dobbiamo tornare al 2 maggio napoleonico?!). Qualche giorno fa su eldiario.es, una funzionaria pubblica lamentava come il carattere spagnolo goda nel vedere la sofferenza di chi perde i propri diritti, invece di esigere che tutti li abbiano. E' lo stesso concetto: godere dell'altrui sofferenza.
E' la stessa cosa che è successa in Parlamento. I popolari si sono accaniti contro i più deboli, i funzionari che perdevano diritti senza potersi difendere, contro le famiglie che perdevano il loro potere d'acquisto a causa dell'aumento dell'IVA, contro i disoccupati che vedevano impoverirsi i loro sussidi di disoccupazione e le prestazioni a loro riservate. E a ogni misura annunciata, applaudivano, godendo della sconfitta del più debole, della sua umiliazione. C'è molta vigliaccheria in questo atteggiamento, così come c'è stata in Del Bosque, nella notte di Kiev.
E' questo il paragone che publico.es non ha fatto, perché non è facile, probabilmente, riconoscere che bisogna essere ben codardi per credersi vincenti e migliori, accanendosi contro chi è più debole e si trova nell'impossibilità di difendersi.
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