I minatori asturiani, leonesi e aragonesi, che hanno marciato su Madrid per protestare contro i tagli del 63% delle sovvenzioni al proprio settore imposti dal Governo per quest'anno, invece che, come da accordi già firmati, da qui al 2017, sono stati accolti trionfalmente dalla capitale. Ieri sono scesi in migliaia in strada per salutare il loro passaggio. Alla Moncloa, in plaza de España, alla Puerta del Sol, ben oltre la mezzanotte, migliaia di persone seguivano il passaggio della Marcha Negra, la Marcia Nera dei lavoratori del carbone, illuminata dalla luce dei caschi dei minatori.
C'è un qualcosa di epico, nelle lotte dei minatori, si diceva già su Rotta a Sud Ovest. C'è tutta l'epopea della storia dei lavoratori spagnoli, la cui lotta per i diritti è iniziata nelle miniere asturiane. C'è anche la malinconia per un mondo comunque destinato alla fine entro il 2018, per gli accordi firmati dal Governo, per le decisioni sancite a Bruxelles: il carbone è inquinante, è antieconomico e la Spagna deve avere una nuova politica energetica. Ma.
La dignità e la capacità di lotta che i minatori stanno dimostrando da oltre un mese, con il loro interminabile sciopero generale, ben 45 giorni, il che significa 45 giorni senza paga, che coraggio, di questi tempi!, con l'occupazione delle strade e delle ferrovie, con la risposta anche violenta alla Polizia che li attacca, hanno scosso la Spagna. Oggi i minatori hanno manifestato davanti al Ministero dell'Industria, protetto da un grande cordone di sicurezza; con loro c'erano di nuovo migliaia di persone, che hanno approfittato della lotta dei minatori per rivendicare i diritti dei lavoratori e protestare contro i nuovi tagli annunciati stamattina da Mariano Rajoy. Siccome la Polizia non li faceva avvicinare, i minatori hanno iniziato a lanciare pietre, c'è stato uno scontro che si è concluso, come succede spesso anche nelle Asturie, con decine di feriti. I minatori non sono non-violenti, lo hanno detto chiaramente: "Difendiamo il nostro posto di lavoro e il nostro pane, se ci attaccano, attacchiamo". Eppure la gente, nonostante gli scontri, continua a stare con loro.
"Che in questi tempi ipertecnologizzati abbiano dovuto essere i minatori quelli che mostrano la strada al resto dei lavoratori, fa pensare" scrive Isaac Rosa su Zona Critica "Che in un'epoca di imprese flessibili, società dell'informazione, economia globale, ricchezza virtuale e lavoratori spostati e disideologizzati, siano stati i vecchi minatori, con i loro duri strumenti, le loro mani callose e la loro forte coscienza di collettivo, quelli che escono alla luce e si mettano a camminare, perché li seguiamo, dovrebbe farci pensare a cosa è successo a noi lavoratori negli ultimi anni, cosa abbiamo fatto e smesso di fare, cosa ci hanno fatto e cosa abbiamo permesso che ci facessero. Ci sarà chi dice che il protagonismo dei minatori in questi giorni è pura coerenza: se la crisi e le politiche anticrisi suppongono per i lavoratori un salto indietro nel tempo, un ritorno a salti al XIX secolo, nessuno meglio dei minatori alla guida della manifestazione, loro che con tanta chiarezza incarnano quei tempi iniziali del movimento operaio. Ma non siamo davanti a un tema di coerenza storica, è molto di più. Le emozionanti scene vissute in ogni paesino attraversato dai minatori nella loro marcia su Madrid, l'accoglienza, le parole di incoraggiamento, gli aiuti ricevuti, la solidarietà estesa in tutto il Paese, nelle strade e nelle reti sociali e, infine, il ricevimento nella capitale e l'accompagnamento nella protesta, dovrebbero segnare un punto di inflessione nella costruzione di resistenze collettive. I minatori hanno rotto qualcosa, hanno risvegliato qualcosa che dormiva in noi, ci hanno spinto. So che c'è una componente non piccola di simpatia che sfugge alle ragioni della loro protesta. C'è qualcosa di giustizia storica, di memoria, di sentimentalismo operaio, se volete, nell'affetto che i minatori ricevono in questi giorni. E dico affetto con intenzione, perché in certe occasioni si tratta di affetto, più che di comprensione delle loro rivendicazioni. La figura del minatore, con il suo casco, la sua lampada e il suo volto annerito è fortemente radicata nell'immaginario della classe lavoratrice da secoli, e per questo con i minatori non funziona l'abituale discorso dei "privilegiati" con cui alcuni cercano di annullarli dalla destra mediatica (per questo, e perché la miniera rappresenta da sempre il lato più duro e pericoloso del mondo del lavoro, e la sua fatica, le lesioni, le malattie e gli incidenti non si sposano bene con nessun privilegio). Per questo, per la loro condizione popolare di eroi della classe operaia, dimostrata, d'altra parte, in tanti episodi di lotta in effetti eroica attraverso i secoli, sembra naturale che i minatori incontrino tutto questo calore nel loro passaggio nei paesi. Non credo che una marcia, per dire, di camerieri, muratori, giornalisti o funzionari avrebbe ricevuto tanto appoggio, tanto affetto, tanti omaggi e adesioni, per quanto fossero giuste le loro rivendicazioni".
Riporto questo passaggio scritto da Isaac Rosa perché mi piace come descrive il ruolo dei minatori nell'immaginario collettivo spagnolo, per la poesia e il sentimentalismo che esprime. E' un mondo destinato a scomparire, in tutti i modi, ma lo fa combattendo, impedendo che i diritti conquistati siano calpestati. C'è un accordo, c'è una parola data e il Governo sta tradendo gli accordi sottoscritti. Fino a quando la crisi sarà l'alibi per creare altra disoccupazione e altro dolore in questo Paese che sembra non poter trovare pace? Davvero la sbornia collettiva che è stata la speculazione immobiliare, a cui la Spagna deve il fallimento del suo modello di sviluppo, deve causare una macelleria sociale come quella a cui si sta assistendo? Davvero l'espiazione, dopo il peccato, dev'essere così dura, tanto da tradire gli accordi firmati e da gettare nella disoccupazione e nella morte economica intere aree del Paese?
I minatori hanno deciso di dire no, di difendere il loro posto di lavoro fino alle estreme conseguenze, senza alcun timore di rispondere alla violenza con violenza. Mi piace, su questo argomento, un altro passaggio del lungo articolo di Isaac Rosa, che chiama in causa tutti noi, che assistiamo a questa lotta. "La durezza classica con cui resistono i minatori, la violenza con cui rispondono alla violenza, fa sì che dobbiamo cercare un'altra parola per definire quello che facciamo noi, quello che spesso chiamiamo in modo esagerato resistenza. Mentre noi 'incendiamo' le reti sociali, i minatori accendono fuoco reale alle barricate sulla autostrade. Mentre noi convochiamo scioperi ogni due anni, senza molta convinzione e soprattutto senza continuità, i minatori scelgono lo sciopero a tempo indefinito, per settimane, inflessibile. Mentre noi scriviamo post e twitts di denuncia contro i tagli (io per primo), loro si chiudono nei pozzi, paralizzano il traffico, sollevano sul piede di guerra intere aree e infine si mettono in cammino sulla strada. Mentre noi dipingiamo divertenti striscioni e componiamo simpatiche rime da coreare nelle manifestazioni, loro affrontano corpo a corpo la Guardia Civil. Mentre noi ritwittiamo e diamo migliaia di Mi piace per appoggiare le rivendicazioni dei collettivi più colpiti, loro vanno di paese in paese, dando e ricevendo abbracci, condividendo cibo e tetto. Mentre noi aspettiamo il prossimo anniversario per tornare a prendere le piazze, loro si piazzano alla Puerta del Sol, dopo aver fatto proprie le piazze di tutte quelle località in cui sono passati".
Verrebbe da pensare, al leggere queste parole, che l'unico sistema di difesa dei diritti è il ritorno alle radici del movimento operaio, ai sistemi di lotta del XIX secolo e degli anni 50 e 60 del XX secolo, che hanno dato all'Europa lo Stato Sociale che le ha permesso di prosperare e garantire una certa ascesa sociale. I minatori ci insegnano che niente è cambiato e che la difesa dei propri diritti, e della propria stessa sopravvivenza, nel loro caso, passa per la risposta violenta alla violenza? Io non lo so, ma è anche vero che, al leggere Rosa, la risposta dei minatori risulta molto più efficace, molto più responsabile, molto più impegnativa: ti batti in prima persona, e non davanti a un computer, per esigere il rispetto che ti è dovuto e di cui vogliono privarti. Per me il grande insegnamento del 15-M non è stato lo stucchevole que no, que no nos representan, ma la vera violenza sono 600 euro al mese, letto nei primi giorni di occupazione della Puerta del Sol, a maggio 2011, e poi tornato frequentemente nei cartelli delle manifestazioni di Siviglia. E' il capovolgimento delle prospettive: davvero è accettabile una società in cui c'è chi ottiene liquidazioni da milioni di euro, dopo aver fallito, mentre c'è chi non sopravvive con 600 euro al mese, dopo una laurea e lavorando più di otto ore al giorno? Siamo sicuri che la vera violenza non sia questa disuguaglianza sociale? E' il cambiamento delle prospettive che fa pensare che i violenti non sono quelli che reagiscono, ma chi impone un sistema economico ingiusto, che danneggia la maggior parte della popolazione di un Paese. La violenza non sono i minatori che difendono il posto di lavoro, è il Governo che tradisce gli accordi, è Bruxelles che impone tagli draconiani alla spesa pubblica, impoverendo milioni di famiglie (e non fa niente per tagliare i privilegi delle classi ricche, che continuano a vedere i propri stipendi aumentare, senza che questo si rifletta nelle imposizioni fiscali).
"La lezione è chiara: davanti all'attacco totale contro i lavoratori, questi non sono tempi di hashtag, ma di barricate" scrive Rosa, dandomi il titolo di questo post. Ma le conclusioni del suo articolo, che consiglio davvero a chi capisce lo spagnolo ed è interessato a queste convulsioni spagnole, spiegano tutta la drammaticità della sfida dei minatori al Governo.
"Il Governo non può permettere che i minatori vincano questo braccio di ferro: perché se trionfassero darebbero un cattivo esempio al resto dei lavoratori, che potrebbero prendere nota, imparare la lezione, seguire l'esempio per essere ascolta, per non essere calpestati, per non continuare a perdere: lottare, resistere, costruire reti di solidarietà, essere fermi, arrivare fino alle ultime conseguenze, scendere in strada. Per questo la durissima repressione della Polizia contro i minatori e la loro criminalizzazione mediatica. Ma per le stesse ragioni noi lavoratori abbiamo bisogno che i minatori vincano questo braccio di ferro: perché la loro vittoria apre il cammino per noi e, invece, la loro sconfitta ci renderebbe più difficile organizzare la resistenza. Per questo oggi siamo tutti minatori e dobbiamo stare con loro. PEr giustizia, per storia, per memoria, perché lo meritano. Ma anche per noi, perché se loro temono per il loro futuro, il nostro è più che nero, nero carbone".
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