El Pais torna a intervistare Petros Markaris, lo scrittore greco (in realtà è nato a Istanbul, anche se vive in Grecia da oltre 40 anni) che descrive la Grecia moderna attraverso le vicende del poliziotto Charitos (ma lo ha fatto anche come sceneggiatore di Theo Angelopoulos e di varie serie tv di successo). Stavolta lo intervista Enric Gonzalez, una delle migliori penne del giornalismo spagnolo, uno i cui articoli si leggono solo perché li firma lui e dunque qualcosa di interessante devono offrirlo di sicuro. E' un'intervista piacevole, interessante, con reminiscenze storiche (le sue ultime risposte, sul potere della Germania in Europa e la brutalità dell'imperialismo, in fondo, mi hanno fatto pensare immediatamente alla prima, terribile imposizione del più forte sul debole, 2000 anni fa, in Grecia, dove è nato tutto, ovviamente: il dialogo tra gli Ateniesi e i Meli, riportato da Tucidice). C'è anche un curioso paragone tra Pepe Carvalho, Salvo Montalbano e Kostas Charitos. Non pensavate avessero qualcosa in comune? Leggete Markaris e sentite il profumo del Mediterraneo e vi ritrovate in una commedia italiana degli anni 50.
L'intervista completa, e in spagnolo, è su elpais.com, qui alcune delle risposte che mi sono piaciute di più.
- Quando ha iniziato il primo romanzo della Trilogia della crisi, era più o meno pessimista di adesso?
Quando è iniziata la crisi, la reazione del partito governante, il Pasok, è stata di minimizzarne l'importanza. Dicevano che sarebbe passata in due o tre anni. La mia impressione, invece, era che la crisi fosse arrivata per rimanere. Decisi di scrivere tre storie sulla crisi, in cui descrivere la sua evoluzione ei suoi effetti sulla gente. Quando apparirà in Spagna il secondo libro della serie, vedrà che la situazione in cui si muove l'ispettore Charitos è molto peggiore di quella del primo. Al pubblicarsi Prestiti scaduti, una giovane giornalista mi ha chiesto se avessi avuto il tempo di scrivere gli altri due, prima che finisse la crisi. Le ho risposto che avremmo avuto fortuna se mi avesse dato tempo solo per tre libri. Le cose peggiorano.
- Ma già prima della crisi l'ispettor Charitos era piuttosto scettico sull'apparente prosperità greca
Charitos e sua moglie sono nati nella Grecia rurale, gente che ha vissuto il dopoguerra e ha vissuto nella povertà assoluta, e nei paesini ancora di più. Chi è cresciuto in quella situazione, sa come affrontare i problemi e non ha mai creduto il supposto miracolo con cui un Paese povero è diventato ricco. Questo non vale solo per il mio poliziotto, vale per qualunque greco di una certa età. Non ha paura. I giovani, invece, non sanno cosa sia la povertà e adesso lo sapranno: sentono panico. Fino a poco tempo fa i padri compravano una macchina ai figli o alle figlie che iniziavano l'università. Adesso la disoccupazione giovanile è del 51%, i giovani, molto ben preparati, pensano solo a emigrare.
- E la figlia universitaria di Charitos? emigrerà anche lei?
Nel nuovo libro è disperata, pensa all'emigrazione, come tanti giovani. Questo è un problema perché è sposata e suo marito, medico, vuole andarsene con lei, cosa che crea conflitti in entrambe le famiglie. Guardi, i giovani sono i perdenti di oggi, tutti i greci saremo i perdenti di domani
- Come ha iniziato a scrivere su un poliziotto?
Tra il 1991 e il 1993 stavo scrivendo sceneggiature per una serie televisiva intitolata Anatomia del crimine. Aveva un enorme successo, ma all'inizio della terza stagione mi sentivo esausto. Volevo fermarmi e i dirigenti della televisione mi facevano pressioni per seguire. Arrivai a un accordo: avrei scritto i primi quattro mesi della nuova stagione e poi avrei lasciato. Stavo scrivendo questi episodi quando ho iniziato a sentire la presenza di una famiglia, padre, madre e figlia. Ogni mattina, quando iniziavo a scrivere, erano lì. Era una famiglia greca molto normale, né ricchi né poveri. Non volevo sapere niente di loro, volevo solo che sparissero dalla mia testa, mi complicavano il lavoro. Ma l'uomo, il padre, era davvero insistente. Era lì ogni mattina, una tortura che non mi lasciava scrivere. Allora decisi che se lui torturava me, io avrei torturato lui. Per iniziare, l'ho fatto poliziotto, un poliziotto che aveva partecipato alle torture durante la dittatura. Così è nato Charitos.
- Si sente parte di qualche tipo di letteratura mediterranea?
Sì. Il sud produce una narrativa poliziesca specifica. Per iniziare, ha un alto contenuto sociale e politico. L'altra caratteristica è la sua relativa assenza di brutalità, comparando con la narrativa poliziesca nordica. Suppongo sia dovuto al fatto che il sud ha dovuto confrontarsi, politicamente e socialmente, con la brutalità: dittature, fascismi, mafie... Uno scrittore svedese, invece, deve dimostrare che non tutto è idilliaco nella sua società e per questo ricorre alla violenza. Il terzo fattore, molto importante, è la cucina. Pepe Carvalho, il Montalbano di Andrea Camilleri o lo stesso Charitos amano mangiare bene. Con gli scrittori nordici si tende alla birra e ai panini. La presenza della cucina ha molto a che vedere con la posizione della donna nella società. Nel Centro e nel Nord d'Europa, l'emancipazione della donna è avvenuta prima e sono già anni che le donne si sono liberate della condizione di casalinga. Questo è stato un bene per le donne, ma un male per la cucina. I greci della mia generazione, e i mediterranei in generale, hanno avuto madri che erano casalinghe. Nella nostra infanzia i pasti erano una cosa importante e per questo abbiamo finito con metterli nei libri. E un'ultima cosa: la città. Se legge un libro di Agatha Christie, non ci sono città dietro. Nei nostri libri mediterranei la città non è solo uno scenario, come succede spesso nel romanzo statunitense, ma è un personaggio. Se uno ha letto Vázquez Montalbán, arriva al ristorante Casa Leopoldo e gli è completamente familiare.
- Come sarà l'Atene in cui vivrà Charitos, alla fine della trilogia?
Atene è cambiata molto negli ultimi tre anni. Ed è cambiata in peggio, non la riconosco neanch'io. Le rivolte al centro della città hanno lasciato decine di edifici bruciati. E' un disastro iniziato nel 2008, con la prima esplosione di violenza urbana e la decisione del governo di non usare il suo potere per soffocarla. Allora tre scrittori abbiamo firmato una lettera in cui affermavamo che era la cosa peggiore che potesse succedere. Gli intellettuali di sinistra ami hanno criticato per aver firmato quella dichiarazione. Ho risposto loro che la città si stava rompendo e bisognava fare qualcosa. Adesso dico loro: guardate cosa è successo. Non risulta ammissibile che la violenza di sinistra sia legittima e quella di destra no. E' ideologia di bassa lega. Qui siamo tutti innocenti per quello che succede? In Grecia l'innocenza è diventata una professione. Dovremmo fare un monumento a Jean-Paul Sartre e concedergli la nazionalità greca a titolo postumo, perché l'unica verità che rimane in piedi è il principio sartriano: l'inferno sono gli altri.
- Le conseguenze culturali del disastro?
La Grecia era un Paese povero con un alto livello culturale. Non solo poesia, non solo teatro, non solo musica: potrei darle molti nomi. I film del mio amico Theo Angelopoulos sono un esempio. Ma nel 1980, con l'ingresso nella UE, non abbiamo deciso solo che era ginita la povertà, ma anche i valori della povertà, morali e culturali. Adesso stiamo tornando alla povertà, ma senza valori. E' una delle cose che mi preoccupano di più, perché quanto più sei povero, tanto più hai bisogno di valori culturali e morali.
- Cosa ha votato Charitos alle ultime elezioni?
Charitos è un poliziotto, per cui ha istinti conservatori. Non gli piace stare senza Governo. Ignoro cosa hanno votato sua figlia e suo genero, ma sei sicuro che tanto lui come sua moglie hanno votato a destra, Nuova Democrazia. Hanno fatto come molti altri greci: si sono turati il naso, perché Nuova Democrazia puzza, e hanno votato.
- E adesso?
E che ne so? La stampa tedesca mi fa impazzire al chiedermi cosa succederà e io solo posso spiegare che a volte non ci sono risposte. E mi chiedono cosa può fare la Germania per la Grecia, dico loro di far stare zitti i loro politici. Che la smettano di insultare i greci, per favore. Il 24 maggio sono stato a Bonn, per dare una conferenza e ho visto una prima pagina di Die Welt, il quotidiano conservatore, in cui una ministra proclamava: "L'Europa deve imparare dalla Germania". Noi non apprendiamo, vero, ma neanche i tedeschi. Mi ricordo quando gli statunitensi ci dicevano "Abbiamo il potere, per cui dovete fare quello che vi ordiniamo". Lo stesso dicevano, con maggiore brutalità, i sovietici ai polacchi e ai cechi: "Rispettate i nostri ordini e tacete, perché siamo i più forti". I tedeschi, invece, non ci dicono che sono più forti, ma che sono "migliori".
- Ricorrono ad argomenti morali
Perché hanno il trauma della Seconda Guerra Mondiale, non osano dire "siamo più forti di voi" e preferiscono dire "siamo migliori di voi", che è molto peggio.
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