Una decina di giorni fa il Senato argentino ha approvato un'altra legge che ha messo il Paese sudamericano all'avanguardia nel riconoscimento dei diritti individuali. La Legge della Morte Dignitosa riconosce ai pazienti e ai loro familiari un maggiore potere sulle scelte di fine vita e garantisce a medici e infermieri tutte le tutele legali necessarie. Non riconosce l'eutanasia, però sì il diritto dei pazienti che "soffrono malattie irreversibili e incurabili" a esprimere la loro "volontà sul rifiuto di procedimenti chirurgici, di rianimazione artificiale o sul rifiuto di misure di supporto vitale". Riconosce, insomma, il diritto di pazienti e familiari di dire no all'accanimento terapeutico quando le conseguenze della malattia sono ormai irreversibili e anche, in ultima istanza, il diritto dei malati terminali di cambiare idea, di voler cioè ricorrere di nuovo alle cure rifiutate o di rinunciare alle cure che si erano scelte. La fine della vita, in Argentina, rimane dunque nelle mani del malato, che decide, o lascia detto, se vuole insistere con le cure o se preferisce rinunciare.
E' una legge importante perché offre ai familiari diretti la possibilità di scegliere, in base alle indicazioni lasciate dal proprio caro, nel caso in cui il malato non sia più in grado di far valere la propria volontà. E, allo stesso tempo, garantisce che "nessun professionista che ha operato secondo le disposizioni di legge è soggetto a responsabilità civile, penale o amministrativa". In questo modo cade l'ultimo bastione che impediva a molti medici di rispettare la volontà di pazienti e familiari, temendo le responsabilità legali in cui sarebbero potuti incorrere.
Durante la discussione in Senato si è ripetuto varie volte che la legge "non contempla l'eutanasia né il suicidio assistito", ma che offre semplicemente gli strumenti "per una morte dignitosa, intesa come la difesa della dignità nel processo di morte". Si vuole insomma offrire uno strumento "per evitare l'accanimento terapeutico, che provoca solo dolore e sofferenza nei pazienti e nei loro familiari".
Così l'Argentina, che si è già dotata di una legge che riconosce il diritto al matrimonio e all'adozione per le coppie dello stesso sesso e che è uno dei pochi Paesi sudamericani a riconoscere il diritto all'aborto in caso di violenza carnale, si propone nuovamente come un modello da seguire per la difesa dei diritti individuali.
Questa legge, approvata dai 55 senatori presenti all'unanimità (erano comunque assenti 17 senatori), è arrivata su istanza della società argentina. I quotidiani argentini si sono affrettati a cercare una dichiarazione di Selva Herbón, la 37enne mamma della piccola Camila, una bimba di due anni in coma irreversibile e ancora attaccata alle macchine, nonostante vari comitati di bioetica abbiano dato parere positivo al distacco, perché i medici temono le conseguenze legali. E' lei, Selva Herbón, la testimonial più conosciuta di questa legge.
Lo scorso agosto ha chiesto ai senatori di fare presto, di riunire le varie proposte di legge sull'argomento in un solo progetto e di riempire il vuoto legale che impediva di "porre fine al martirio" di sua figlia. Poche settimane dopo ha inviato una lettera alla presidente Cristina Fernandez, appellando anche alla sua condizione di madre, per chiedere una legge per tutte le persone in condizioni irreversibili, che vengono mantenute nel limbo e a cui impedito di morire con l'accanimento terapeutico. Camila in realtà, non è mai nata: ha 3 anni, ma un arresto cardio-respiratorio durante il parto ha causato danni irreversibili al suo cervello. "Non ha mai potuto parlare, camminare, piangere o ridere" hanno spiegato in questi mesi di lotta Carlos e Selva, i suoi genitori. E dopo l'approvazione della nuova legge, Selva Herbón ha dichiarato: "Quello che cerchiamo con questa legge è pace per Camila e per tutta la nostra famiglia, che vive uno stato di morte permanente. E' molto doloroso".
E i quotidiani argentini in questi giorni hanno riportato tante storie simili a quelle di Camila e le perplessità sulla legge tra i professionisti cattolici: "Si tratta di non uccidere, di rispettare l'inviolabilità della vita umana, che proibisce ogni azione diretta a togliere deliberatamente la vita a un'altra persona, sia per azione che per omissione" ha spiegato il dottore cattolico Nicolás Lafferriere ai media. E' lecito, ha ammesso "rinunciare a certi trattamenti sproporzionati sulle prospettive di cura, nel caso in cui la morte sia imminente e irreversibile", ma è un obbligo, ha sostenuto "fornire sempre e non sospendere mai alimentazione e idratazione".
E' una posizione rispettabile, come quella di chi preferisce rinunciare alle cure, davanti all'irreversibilità della malattia. Qualche giorno fa Clarin, il principale quotidiano di Buenos Aires, raccontava due casi di sofferenza a causa dell'inesistenza della legge.
Quattordici anni fa il marito di Dinha Magnante è stato vittima di un incidente automobilistico ed è caduto in stato vegetativo irreversibile; da allora sono iniziate le lotte contro il vuoto legale, che impediva di staccare il marito dalle macchine che lo mantenevano in vita. "La cosa peggiore è stata l'accanimento giudiziario" racconta Dinha a Clarin. Era stato infatti nominato dallo Stato un rappresentante legale del marito che accettava cure che lei rifiutava.
"Pablo lo hanno ucciso, ma non lo lasciavano morire" ha detto Noemí Geymonant al quotidiano, sintetizzando la situazione di suo figlio Pablo, in coma a causa di uno sparo alla testa. Il disaccordo tra i genitori, lei voleva staccarlo, il padre sperava in un miracolo, e il vuoto legale hanno mantenuto Pablo in vita e hanno impedito la donazione dei suoi organi, desiderio che il giovane aveva espresso, a causa del deterioramento del suo corpo.
La nuova legge non risolverà i problemi etici che gli ultimi istanti di vita presentano a ognuno di noi, ma fornirà agli argentini uno strumento per essere più liberi di scegliere il loro finale, con tutte le assistenze e tutele del caso. Per il Paese sudamericano, un invidiabile passo avanti.












































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