Jorge Luis Borges diceva di non essere un vero argentino perché non aveva
sangue italiano nelle vene. Forse non sono
una vera torinese, non solo perché, come la maggior parte degli abitanti di
questa città, non ho sangue piemontese nelle vene, ma, soprattutto, perché non ho
un genitore né un parente che lavori o abbia lavorato in Fiat.
Cosa sarebbe la mia città senza la Fiat? Cosa sarebbe di certe mie giornate
torinesi, senza un autobus che scende verso Mirafiori e passa davanti alla
Fiat? Quando andavo all'Università davanti allo Stabilimento di Mirafiori c'era
un sorprendente campo di grano, che a ogni giugno imbiondiva e veniva mietuto.
Oggi ci sono vari palazzi e il parcheggio di interscambio, voluto per
convincere i pendolari a lasciare la propria auto e a servirsi dei trasporti
pubblici.
Quando andavo al Liceo, incrociavo sempre sugli autobus gli operai che iniziavano
il loro turno alle 14. Facce dure e quasi sempre meridionali, scolpite dal lavoro e dalla vita.
C'erano quelli che dormivano rassegnati, c'erano quelli che raccoglievano lo
scontento, c'erano quelli che facevano battutacce contro gli Agnelli e quelli
che sorridevano allegri se c'era qualche donna tra di loro. Li riconoscevo al
salire sull'autobus e mi rassegnavo: non mi sarei mai seduta, perché scendevano
dopo di me.
Non ho parenti che abbiano mai lavorato alla Fiat, ma non potrei immaginare
molti momenti della mia vita, senza la Fiat. Sarà anche per questo che a
gennaio 2003 ero tra le decine di migliaia di persone che sono state in coda al
Lingotto, per dare l'ultimo saluto Gianni Agnelli. Due ore di coda, per salire lassù, sul tetto del Lingotto e dire grazie all'Avvocato.
Per aver trasformato la mia città, per aver dato futuro a migliaia di famiglie,
per aver cercato di portare Torino oltre la Fiat. Pur tra gli errori, i
condizionamenti, le prepotenze che nessuno dimentica.
Il rapporto tra Torino e la sua fabbrica è difficile da spiegare. Bisogna
essere torinesi per capirlo. Bisogna aver sentito quest'antipatia che non può
evitare l'ammirazione per gli Agnelli. Per gli Agnelli, per il Senatore o
l'Avvocato. Non per gli Elkann, siano l'Ingegnere o Lapo. Bisogna aver visto i
genitori alzarsi la mattina quando è ancora buio, per maledire la vita dei
turni e ringraziarla perché dà un futuro ai figli. E bisogna sentirsi strani,
perché non si è mai avuto alcun rapporto personale con la Fiat, anche se se n'è
sentito parlare tutti i giorni da sempre.
Ma sapete cos'è molto torinese? Seguire le vicende della Fiat come se fosse
cosa propria. Come se fosse patrimonio proprio. Come se fosse l'immagine della propria città, della sua creatività, della sua laboriosità, della sua capacità di non arrendersi e continuare a inventarsi. Già detto, difficile da spiegare e da capire, se
non si è torinesi.
E' per questo che le notizie provenienti da Pomigliano mi indignano e mi
feriscono profondamente. Come torinese. Un Amministratore Delegato che vuole
licenziare 19 operai per riammettere i 19 che la legge gli impone di integrare,
perché ingiustamente licenziati, è indegno e incivile.
Sapete qual è la prima cosa che pensa un torinese al leggere le notizie,
positive o negative, provenienti dalla Fiat? Sì, ma gli Agnelli, che dicono? Il
nostro punto di riferimento del pensiero continuano a essere gli Agnelli. Incredibile.
Cosa dicono gli Agnelli di quest'Amministratore Delegato che si prende gioco
della classe politica italiana, che insulta una delle città più preziose della
storia e della cultura occidentali, che ricatta i suoi dipendenti e i
sindacati, che vuole sovvertire i rapporti tra le parti sociali, che ignora l'understandment torinese, marchio di fabbrica anche della Fiat? Gli Agnelli tacciono.
In realtà gli Agnelli non esistono più, estinti tra figure poco carismatiche,
frivole e inesperte, incapaci di opporre etica e stile alla volgarità e
all'arroganza del loro Amministratore Delegato. E per un torinese, abituato
alla figura paternalistica dell'Avvocato, è davvero una fine triste, da
crepuscolo degli dei.
Dal carisma dell'Avvocato, che faceva qualche telefonata
per regalare le Olimpiadi d'Inverno alla sua città e ripagarla della decadenza
della Fabbrica, all'inconsistenza di John Elkann, che pure un Eugenio Scalfari
folgorato aveva definito "un giovane re Sole", una decina d'anni fa,
quando si voleva ancora vedere in lui un giovane principe
cosmopolita e illuminato.
Non si può rimanere indifferenti davanti a un manager indegno, che vuole
offendere una città e un Paese, facendosi beffe della Giustizia e delle sue
sentenze, e che cerca di umiliare la dignità che tutti gli esseri umani, in quanto tali, hanno e che a loro dev'essere riconosciuta, a prescindere da qualunque altra valutazione.
Se c'è una cosa che caratterizza la lunga storia di Torino, una cosa di cui
siamo tutti fieri, in questa città, è la lotta per la difesa della dignità
delle persone: qui, in questa città che mostra sempre all'Italia la direzione da prendere, hanno lavorato i Santi sociali, qui non sono passati
Mussolini e Berlusconi, (che fischi a entrambi, ogni volta che hanno provato a mettere piede qui, nel tempio del pensiero liberale e antifascista dell'Italia!), qui hanno trovato casa i pensatori liberali e
socialisti, qui si sono conquistati i diritti dei lavoratori.
Ed è
come torinese, come cittadina di
questa Torino libera, dignitosa, bella e indomabile, mai con i padroni e sempre
con i più deboli, chiedo a chi passa per Rotta a Sud Ovest di
leggere e, se possibile, firmare l'appello di articolo21.org, in solidarietà con i 19
operai da reintegrare e i 19 che la Fiat vuole licenziare, fregandosene delle vite
e delle famiglie che distruggerà e tronfia di arroganza e prepotenza. Non sempre
credo all'utilità degli appelli, però si alla necessità di mostrare
indignazione ed estraneità. Non so quanta Torino oggi possa riconoscersi in una gestione così disastrosa, volgare e poco dignitosa della Fiat. Io, di sicuro, no.