Su Pagina 12, uno degli articoli più emotivi che raccontano la storica giornata in cui l'Argentina ha condannato all'ergastolo l'ex dittatore Jorge Rafael Videla. Leggendo le storie raccontate, con il loro carico di dolore e orrore, e l'arroganza degli aguzzini, che si comportavano come quei comunisti da cui dicevano di voler proteggere il proprio Paese, viene da pensare che una persona per bene non può non credere ai doveri della Giustizia verso le vittime della violenza di Stato. E che passi il tempo che passi, l'impunità è inaccettabile. E' un articolo un po' lungo, ma traduce numeri e delitti in persone e sentimenti. In spagnolo è qui
Se la Giustizia ha braccia lunghe, ieri è stata capace di abbracciarci tutti. Ha abbracciato le donne dal foulard bianco, mano nella mano e braccia in alto in segno di vittoria, la ragazza che si era dipinta sul viso lo slogan Nunca más (Mai più), gli ex prigionieri politici che hanno sollevato per le macchine fotografiche e le telecamere una bandiera discreta fatta di tela e aerosol, questa madre e questa figlia che hanno pianto abbracciate, mescolando lacrime e sudore e anche la risata per poter stare insieme in quel momento. Il dittatore è stato condannato. Il Tribunal Oral Número 1 di Cordova ha disposto il suo immediato trasferimento a un'unità penitenziaria federale. Nella sala in cui si svolge il processo scoppiano gli applausi, il giudice che legge la condanna chiede silenzio e sembra parlare anche a chi, a 700 km di distanza, in pieno centro porteño, festeggia davanti a uno schermo gigante che replica la sentenza. Taty Almeida prende il suo fazzoletto bianco e fa un disegno nell'aria, come se fosse un passo di zamba avvolge con lui Estela de Carlotto. Madre e Nonna di plaza de Mayo, come se questo atto di giustizia avesse cancellato alcune tracce del tempo, ballano saltando, trasformate in adolescenti. Una condanna non può cancellare tutto, ma senza dubbio disarticola in questo atto tanti anni di impunità.
Alba Lanzilotto, con l'immagine delle due sorelle desaparecidas sul petto, Ana María e María Cristina, racconta un aneddoto, mentre agita il ventaglio. Si tratta di una Madre, così, con maiuscola, che dopo anni in cui è stata nell'incoscienza ha avuto un attimo di lucidità. Allora uno dei suoi figli le ha detto: "Mamma, lo stiamo giudicando, hanno appena dato l'ergastolo al Turco Julián". La donna lo ha ascoltato e ha ringraziato: "Che bello essere viva per poter essere testimone di questo momento". Poco dopo la Madre è tornata nell'incoscienza. "Io non posso festeggiare" dice Alba "non mi viene l'euforia. Ma so perfettamente che queste condanne sono un rimedio, un rimedio per curare il Paese e molte persone individualmente". Quando dallo schermo montato nell'auditorium Emilio Mignone, si è ascoltata la sentenza di Videla, Alba ha stretto le palpebre con forza e ha accarezzato affettuosamente le foto attaccate al suo petto.
Dopo il passaggio in carcere del dittatore Jorge Rafael Videla, l'uomo che porta il nome di due morti, i fratelli che lo hanno preceduto, il tipo di baffi folti e riga di lato che nel 1977, quando molti erano ancora vivi, si vantò in conferenza stampa che "i desaparecidos non sono né vivi né morti, sono un'entelechia, sono scomparsi", lo stesso uomo che anni dopo, protetto dall'indulto regalatogli da Carlos Menem, e qualche seguace, sia detto, disse a un giornalista, secondo quanto risulta nel libro El Dictador di María Seoane e Vicente Muleiro, "Diciamo un numero, facciamo 5mila. La società argentina non avrebbe sopportato le fucilazioni: ieri due a Buenos Aires, oggi sei a Cordova, domani quattro a Rosario e così fino a 5mila. Non c'era altro modo, tutti eravamo d'accordo con questo. E chi non era d'accordo se n'è andato. Far sapere dove sono i resti? Ma cos'è che possiamo segnalare? Il mare, il Rio de la Plata, il Riachuelo? Si pensò, a suo tempo, di far conoscere gli elenchi, ma poi si pose il problema: se si danno per morti, immediatamente vengono le domande a cui non si può rispondere: chi ha ammazzato, dove, come". Dopo quella di quest'uomo, è arrivata la condanna a Luciano Benjamín Menéndez, il signore dei coltelli. Si è ascoltata la lista dei delitti per i quali è stato considerato colpevole. Si sono ascoltate le parole magiche che congiurano l'impunità: ergastolo, inabilitazione perpetua, più accessori e così quale ciliegia legale per un destino che finisce in prigione. Ha avuto migliore fortuna l'autodenominato "soldato vittorioso davanti alla guerriglia marxista". A lui toccherà una commissione medica che valuterà se è in condizione di seguire Videla in un carcere comune. Menéndez ha uno strano record, questa è la sua quinta condanna all'ergastolo. Un ragazzo con una maglietta che chiede: "Processo e Condanna" dice: "Speriamo abbia salute per morire in carcere". Non è un desiderio pietoso. E' un desiderio in tanti anni d'attesa di atti di giustizia come quello di ieri.
Eduardo Jozami è passato per cinque carceri durante la dittatura, da Devoto a Rawson, ha percorso mezzo Paesi con trasferimenti intempestivi e arbitrari. Non lo dice, ma come ogni altri prigioniero politico, deve aver visto compagni morire in carcere. Per lui questo processo, queste condanne che si succedono nella voce monocorde del giudice cordobese a il peso specifico di dar conto come la repressione fosse una trama in cui partecipava tutto lo Stato, anche nei suoi strati burocratici. "Questa è una rivendicazione anche dei prigionieri politici" lo incoraggia Lita Boitano dei Familiari dei detenuti e scomparsi per ragioni politiche "Perché a volte sembra che i prigionieri non stavano così male come gli altri, che la carcere era già come sopravvivere" insiste Lira, con un sorriso emozionato. Manca solo la gerarchia tra le vittime, anche se, se bisogna dirlo, è perché qualcosa del genere si fa. Anche di questo tratta la giustizia, per quanto lenta. Oltre alle condanne, quello che si è detto in questo processo rimarrà scritto con le lettere chiare che impone la legge. E potrà essere consultato dalle prossime generazioni.
Il silenzio conquista la sala mentre la lettura della sentenza avanza, morosa, formale, ripetitiva. Indifferente al significato di frasi come "imposizione di torture aggravata dalla condizione di perseguitato politico della vittima" per molte persone in questo auditorium, davanti alle porte del Tribunale di Cordoba e in tanti altri posti del Paese. Descrivono, né più né meno, la pianificazione di un massacro. Descrivono questo senza nome che ha riguardato qualche essere amato, un figlio, una madre, un fratello che si sono cercati, per i quali si è reclamato, che continuano a mancare. Questa ripetizione della tortura, del tormento aggravato, del tormento seguito dalla morte, come un martello pneumatico che colpisce ogni volta con più forza. Forse si tratta di un sollievo questo modo di applaudire e celebrare ogni volta che la descrizione dei fatti si traduce in una condanna.
Ci sono medialunas e sanguchitos nell'auditorium, ci sono mate, caffelatte, bibite fresche per un pomeriggio di caldo soffocante. Agueda non mangia né beve. Basta guardarla negli occhi perché una piccola inondazione si impossessi delle sue palpebre. Lei non è di quelli che festeggiano, non può farlo perché è qui per ascoltare con altri e con altre come la Giustizia si apre il cammino. I suoi genitori, Luis Goyochea e Nelly Moreno, furono fatti sparire a Cordova. E' già stata testimone di un'altra condanna a Luciano Benjamín Menéndez, questo generale ultranazionalista che nei primi anni della democrazia si sentiva ancora con il potere sufficiente per tirare fuori il suo coltello militare e impugnarlo contro chi lo ripudiava, in una delle sue tante visite ai tribunali. Menéndez, comandante del Tercer Cuerpo de Ejército, signore e padrone del Campo Clandestino de Detención y Exterminio di La Perla, dove la mamma di Agueda fu assassinata, andrà in carcere, o dovunque deciderà la commissione medica, senza dire tutto quello che sa sul destino di tanti. E questo è quello che ad Agueda costa digerire. O meglio, è qualcosa che le fa male. Che non parlino o che parlino per tirar fuori il discorsetto del soldato eroico. Ma lei sa, come sanno altre "figlie" (così facile è definire chi ha i genitori desaparecidos, dicendo "sono figlia" perché il vincolo è qualcosa di più di un'ovvietà, è un racconto politico) che la circondano, che ci sono incubi che iniziano a dissiparsi, come quello di trovarsi per strada un repressore e non sapere cosa fare, cosa dirgli. In questo gruppo di quattro, tutte hanno qualcosa da raccontare. Quella volta che si sono incrociate con Astiz, la volta che Lucia è quasi svenuta al solo vedere il Turco Julián seduto in un bar di Corrientes. Questo, almeno, non succederà più.
Al cellulare di chi scrive arrivano molti messaggi quando si contano già 16 ergastoli nel processo per la fucilazione di 31 prigionieri politici a Cordova. La maggior parte dice poco, cose come "un abbraccio forte". Dovrei correggermi, questo è ben lontano dall'essere poco; al contrario, racconta una trama d'affetti che si manifesta in molti modi, che condivide lo stesso che si sente qui, in questo auditorium in cui Madri, Nonne, ex prigionieri politici, qualche funzionario, molti militanti giovani: l'allegria di sapere che alcune consegne sono più di questo, sono un obiettivo da raggiungere. E questa che diceva "carcere comune, perpetuo ed effettivo per gli assassini, i loro complici e istigatori" che i ragazzi e le ragazze di HIJOS sanno ritmare, lentamente e con il contagocce, sta iniziando a realizzarsi. Con l'insopportabile costo della scomparsa di Julio López e l'assassinio di Silvia Suppo, anche loro presenti, anche loro dolorosamente assenti. Dallo schermo si sente la voce: "Il processo è finito" dice e subito si ascolta il grido che sottolinea tanti eventi: 30mila compagni scomparsi, presenti! L'abbraccio della Giustizia è così lungo e così caldo come è stato freddo e intransigente con chi doveva esserlo.
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