E' riconoscimento quasi unanime che l'Expo92 abbia dato un contributo fondamentale al cambiamento dell'immagine di Siviglia, grazie a una serie di infrastrutture, diventate indispensabili e senza le quali la città sarebbe oggi inimmaginabile. E infatti, io, che sono arrivata a Siviglia per la prima volta alla fine degli anni 90, non so proprio immaginarmela senza l'AVE, il treno ad alta velocità che la collega a Madrid, con quella che è stata la prima linea ferroviaria ad alta velocità di Spagna, senza la Stazione di Santa Justa, che ha assunto le funzioni che avevano prima la Stazione di Plaza de Armas (oggi trasformata in un bel centro commerciale con multisala cinematografica compresa) e San Bernardo (ancora in cerca d'autore, ma dalle premesse architettoniche promettenti), senza l'aeroporto di San Pablo, o meglio, senza l'edificio, dall'uso intuitivo e semplice, disegnato da Rafael Moneo per l'aeroporto, senza la SE-30, la circonvallazione che ha velocizzato molto traffico cittadino, o senza i ponti che attraversano il Guadalquivir e che collegano la città con l'Aljarafe, la sua cintura più popolosa e nord-occidentale (ma davvero c'è stato un tempo in cui c'erano solo tre ponti sul grande fiume?!).
Non ho visto Siviglia prima della Expo92, quindi mi devo basare sui giornali e sui ricordi dei conoscenti, per pensare alla città che era. Il Diario de Sevilla offre una buona descrizione della Siviglia (e dell'Andalusia) in mano ai señoritos. A volte, quando mi chiedo come sia possibile che la città e la regione siano così "rosse", nonostante gli errori del PSOE, o quando sento gli amici che lamentano quest'immagine ancora folkloristica della loro città, sempre legata a Semana Santa-Feria de Abril-Rocio y olé, penso che non dovrei dimenticare mai l'influenza del passato rurale e delle ingiustizie sociali che i secoli, la mentalità spagnola e il franchismo hanno lasciato in questa terra privilegiata dagli dei, ma non dagli uomini.
"La Siviglia degli anni 80, in cui era nata la regione, era una città povera, limitata e senza un orizzonte collettivo" scrive Diario de Sevilla "Aveva voltato le spalle alla sua origine, il Guadalquivir, che era stato anche il suo grande nemico storico, e non proiettava verso l'esterno altro modello urbano che quello imposto dai fatti consumati. Le antiche proprietà rurali, in poche mani, diventavano urbane solo per interessi economici. I sentieri del bestiame, secolari, si asfaltavano perché funzionassero come strade. I nuovi quartieri, nati nella fretta dell'emigrazione degli anni 50 e 60, si moltiplicavano senza ordine né accordo. Senz'altra logica che il guadagno immediato. L'unico esempio di città ideale, l'estensione del Paseo de las Delicias e il posteriore spazio della Expo del 29, una mera decorazione puntuale in una città tarlata. Il centro soffriva i mali della rovina e del picchetto. La periferia iniziava già in calle Torneo. La segregazione territoriale non era una teoria, ma un fatto certo. Il 92 ha trasformato tutto questo lugubre paesaggio. E lo ha fatto in appena un lustro. Le opere di rimodellazione urbana, volute dallo Stato con il pretesto della Mostra Universale, che cominciarono cinque anni prima dell'evento, ma non furono visibili per la maggior parte dei cittadini fino a quando non cadde il metaforico muro di Torneo, ci riscattarono dal profondo riflusso della storia e ci situarono di colpo quasi un decennio davanti ad altre città, salvo Madrid e Barcellona".
E' difficile incontrare un sivigliano che non sia orgoglioso della propria città. Di fatto io non ne ho mai incontrato uno e penso ci siano poche cose che piacciano di più a un sivigliano che sentir lodare la propria città da uno straniero. Non mi è mai capitato di parlare con un sivigliano della Siviglia "prima" della Expo del 92, però sì, molte volte dei ponti che attraversano il Guadalquivir, da quello di Calatrava, diventato punto di riferimento da lontano, più della Giralda, grazie al suo braccio inclinato, a quello imponente e già periferico del Cinquecentenario. E, soprattutto, dell'AVE, croce e delizia: fonte d'orgoglio e soddisfazione per chi deve viaggiare verso Madrid e il Nord, motivo di rabbia per chi è alle prese con il traffico quotidiano, con i trasporti pubblici ancora insufficienti nel centro storico (ma non si possono davvero chiedere i miracoli nelle strette stradine di origine araba) e con i treni dei pendolari che solo da poco hanno iniziato ad avere una serie di fermate più razionali in città. La cosa che però mi ha sempre colpito è l'orgoglio con cui i sivigliani parlano delle loro infrastrutture ed è sorprendente pensare come ci abituiamo in fretta a quello che non avevamo. La Siviglia descritta da Diario de Sevilla semplicemente non esiste più nell'immaginario collettivo e neanche i più anziani ti raccontano, se non su richiesta, quando non c'erano ponti per arrivare alla Cartuja o quando per andare a Madrid si prendevano gli autobus. Siviglia, nell'immaginario dei suoi stessi abitanti, è quella nata dopo l'Expo 92. Non mi è mai venuto in mente prima di questo ventennale, che racconta com'era la città prima.
E' riconoscimento unanime che l'uomo a cui Siviglia deve questo grande cambiamento infrastrutturale e d'immagine di se stessa è Felipe Gonzalez, il primo presidente socialista della Spagna e il primo grande leader politico sivigliano della democrazia, l'uomo che era alla Moncloa quando a Siviglia è stata assegnata l'organizzazione dell'Expo92, l'uomo che ha mandato verso sud i 4 miliardi di euro di investimenti necessari per trasformare la sua città e dare un impulso all'Andalusia.
Nei festeggiamenti di questi giorni parlano di lui come del più importante leader politico sivigliano della storia, ma i superlativi con un secondo termine di paragone così importante mi spingono sempre a maggiore prudenza di quella che usano i sivigliani e gli spagnoli in genere (i quali hanno già definito l'Expo92 la più bella della storia, con buona pace di Shanghai e tutte quelle che arriveranno dopo, Milano compresa). Un paio di giorni fa Radio Sevilla ha reso omaggio all'ex premier, in un atto pubblico che in spagnolo si definirebbe multitudinario e che ha riunito alla Fundación Cajasol le principali autorità cittadine, a cominciare dal sindaco conservatore Juan Ignacio Zoido. E, su Rotta a Sud Ovest me lo sono chiesto varie volte, chissà perché gli spagnoli hanno sempre bisogno di una ventina d'anni per rivalutare i loro ex presidenti del Governo, sempre disprezzati al momento di abbandonare la Moncloa.
Che l'aria stia per cambiare anche per Felipe, criticato per la corruzione dei suoi uomini, per la guerra sporca dei GAL contro l'ETA e per la profonda crisi economica in cui lasciò la Spagna, lo dimostra proprio Zoido, che nel suo discorso ha dichiarato di non aver problemi a "riconoscere che Felipe González è una delle persone più importanti della storia di Siviglia, che ha messo il suo genio e ingegno al servizio della trasformazione sociale". E' stato un omaggio a un andaluso, tra andalusi, con citazioni di poeti e intellettuali locali, cari a chi conosce la storia di ingiustizie e lotte che hanno caratterizzato questa terra, nella sua storia millenaria.
Felipe ne ha approfittato per ridimensionare il suo ruolo di sivigliano nella Expo, sottolineando di averla visitata solo tre volte in sei mesi di apertura e di averlo fatto una volta in compagnia di Helmuth Kohl, "il cancelliere che sognava una Germania europea, al contrario di Angela Merkel, che sogna un'Europa tedesca" (così ci togliamo anche qualche sassolino dalle scarpe). Felipe ha preferito sottolineare il suo ruolo di statista nella Expo92 e in tutto quello che ha significato per la sua città. E c'è malinconicamente un po' d'Italia in questo: "Il primo AVE spagnolo collega Madrid a Siviglia non perché io sono sivigliano, ma perché ho pensato al Mezzogiorno italiano e ai suoi ritardi. Sapevo che se l'AVE non fosse iniziato da giù, qui non sarebbe mai arrivato". Bella lezione, Felipe, chissà se un giorno la apprenderà anche qualche leader italiano: iniziare a investire nel e dal Sud, perché non perda il treno (non solo metaforicamente).
Rimane ancora da segnalare che grazie al riconoscimento unanime che Felipe Gonzalez ha conquistato in questi giorni d'anniversario (Felipe continua a conquistare Siviglia ha titolato il conservatore Diario de Sevilla), si parla di nuovo di nominarlo Figlio prediletto di Siviglia, un riconoscimento che lui rifiuta se non è unanime. Ci hanno provato già tre volte a concederglielo negli ultimi quindici anni e il PSOE è sempre stato solo. Sembra paradossale che adesso che, per la prima volta nella storia democratica, Siviglia ha un Governo conservatore, possa arrivare finalmente il titolo di Figlio prediletto all'uomo che più di tutti ha contribuito a portare la città nel nuovo secolo, facendolo no por sevillano, sino por estadista.

L'edizione spagnola di Vanity Fair ha quello snobismo glamour che il suo omologo italiano ha perso da qualche tempo e che fa sentire il lettore sempre un po' speciale, perché trova nelle sue pagine personaggi e argomenti che non trova altrove. Una dimostrazione ulteriore è il numero di aprile, in cui c'è una bella intervista a Carmen Romero, moglie separata di Felipe González. Inutile dire che, 



Vabbe', è il pettegolezzo del momento tra Madrid e dintorni e quindi non si può resistere. Si potrebbe anche aggiungere che è la vendetta di José Maria Aznar contro Felipe González perché da mesi si parlava di un ex presidente del governo in crisi matrimoniale e chissà perché tutti guardavano a Aznar e a Ana Botella invece di puntare gli obiettivi sul singolare matrimonio di Felipe e Carmen Romero.
E' una di quelle notizie che quando arrivano non ti sorprendono neanche tanto, per quanto possano essere tristi. Ne aveva già accennato Jaime Peñafiel nella sua colonna su Cronica, supplemento domenicale di El Mundo, parlando di un leader del PSOE che si era trasferito in un'altra casa, poi ieri mattina Paloma Barrientos, una delle giornaliste rosa più rispettabili di Spagna, lo ha confermato a El Programa de Ana Rosa, magazine mattutino di Tele5: Felipe González e Carmen Romero si sono separati alcuni mesi fa. A Madrid si parlava tanto di un ex presidente sull'orlo del divorzio, tutti gli occhi puntavano su José Maria Aznar, a cui è stata attribuita 




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