Lucia Etxebarria si è stufata di vedere come gli utenti di Internet si scarichino i suoi libri e ha annunciato sul suo profilo di Facebook che lascia la letteratura.
"Dato che ho verificato che oggi si sono scaricate più copie illegali del mio libro di quelle che sono state comprate, annuncio che non pubblicherò libri per un periodo molto lungo. Non almeno fino a quando questa situazione verrà in qualche modo regolata. A me non va di passare tre anni lavorando come una schiava per questo. Se voglio regalare libri, farò copie per gli amici, stile Sebastian Venable" ha scritto la scrittrice valenciana di origine basca sulla sua bacheca della rete sociale. La sua dichiarazione ha suscitato una serie di commenti sarcastici e giocosi sia su Facebook che su Twitter, dove alcuni utenti hanno chiesto che la sua "tregua dalla letteratura sia chiara, verificabile e definitiva", paragonandola, con il linguaggio caro alla destra mediatica, alla tregua unilaterale dell'ETA ("Lucía Etxebarría annuncia che smette di scrivere, ma non consegna né le biro né la macchina da scrivere. Non mi fido" scrive un altro, pensando all'ETA e alla mancata consegna delle armi che la destra usa contro la banda basca).
Twitter è sempre divertente con i suoi 140 caratteri e le sue trovate, ma l'autrice di Amore, prozac e altre curiosità ha avviato sul suo Facebook un vero e proprio confronto sulla proprietà intellettuale con i suoi lettori. Non ne è uscita vincitrice, perché in Spagna la pirateria non è sentita come tale da molti cittadini, che vedono in essa un modo per sfuggire alla dittatura delle multinazionali e dei loro prezzi ingiustificabili; è stato proprio il tentativo della Ley Sinde di regolare la pirateria su Internet, attraverso la chiusura delle pagine che forniscono i link della musica e dei libri, senza però ridiscutere il disegno del sistema, che pure le nuove tecnologie impongono, una delle ragioni della nascita del Movimiento 15-M, con il famoso #nolesvotes (loro difendono i privilegi delle multinazionali votando la Ley Sinde? Tu non li votare alle prossime elezioni).
Però il dibattito che ha avuto con i lettori è stato interessante, soprattutto perché lei lo ha impostato in maniera sincera, con il punto di vista di chi aveva certezze economiche, grazie alla blindatura dei diritti della proprietà intellettuale e oggi si vede esposta ai venti dell'insicurezza a causa delle nuove tecnologie e della pirateria, non avvertita come tale dai suoi lettori. Il post della scrittrice spagnola è molto lungo, così come lo sono, subito dopo, i due interventi dei suoi lettori che mi sono sembrati più interessanti, ma penso siano tre bei contributi a un dibattito che finora non ha trovato una soluzione che metta tutti d'accordo. Credo valga la pena leggerli tutti, per avere un'idea di tutti i punti di vista possibili e delal complessità della situazione.
"Come ho già annunciato ieri, la mia intenzione, al momento, è smettere di scrivere libri per alcuni anni. Mi sorprende enormemente che tante persone non lo abbiano capito e, per colmo, mi critichino. Non so dove lavora questa gente rimasta così colpita da quello che ho detto. Non so se sono mantenuti dai genitori o hanno ereditato una fortuna. A me non mantengono i miei genitori, né un marito né un ex marito e pertanto devo lavorare per vivere. Perché mantengo casa mia e mia figlia.
Quando Michelangelo ha dipinto la Cappella Sistina, fu pagato da Papa Sisto, affinché gli affreschi li godesse non la plebe, ma solo 200 eletti della corte papale che si sarebbero lì riuniti. 200, ripeto. Non uno di più. Questa cappella non era di accesso pubblico. Quando el Greco, Velázquez o Goya pitturavano i loro quadri, glieli compravano il re o i membri della corte che potevano pagarli e li appendevano alle pareti delle loro case, non nei musei. Quando Baudelaire scriveva, per molto che preconizzasse lo slogan parnasianista "l'arte per l'arte" (dato che era molto ricco e non doveva lavorare per vivere), l'editore gli pagava le copie vendute e, di fatto, I fiori del male fu a suo tempo un successo editoriale e, che la storia sappia, Baudelaire non fece edizioni delle sue opere per distribuirle gratuitamente tra gli amici artisti né donò il denaro dei suoi diritti d'autore ai poveri.
Quando Stalin, Mussolini, Hitler o lo stesso Franco pagavano gli artisti perché le loro sculture o edifici decorassero le strade della città, il fine era propagandistico, non artistico. La cultura non è mai stata gratuita, mai. Per quanto alcuni incolti si impegnino ad affermare il contrario. E mai era stata così democratica come oggi, dato che solo nel XX secolo tutte le classi sociali hanno potuto avere accesso all'arte, che, fino al XIX, era riservata a un'elite che poteva pagarla. Ma in nome della supposta democrazia, si sta assassinando la cultura.
Sì, esiste, secondo vari circoli, quest'associazione della cultura con l'arte incompresa degli artisti incompresi che, nello stesso modo in cui sviluppano un modo di vita alternativo e stravagante o bohemienne, sviluppano la loro arte in modo estraneo alle istituzioni artistiche, gli incarichi ufficiali o il mercato. Non a caso l'arte sovietica qualificò questi principi parnasianisti come idee borghesi, perché lo sono. Perché solo chi è ricco di suo può abbracciarle. Noi non possiamo.
Io guadagno per copia venduta. Mi si dà un anticipo di diritti d'autore, stimato in genere in funzione delle copie vendute dal libro precedente. L'ultimo anticipo è stato sensibilmente più basso del precedente perché Lo Verdadero es un momento de lo falso ha venduto meno del previsto. Questo sì, potete scaricarlo da Internet in 5 minuti. E per questo ha venduto così poco.
E' così semplice come che non posso mettermi a scrivere un altro romanzo perché devo mangiare per vivere, sebbene la mia situazione non sia disperata, per niente, neanche posso vivere dell'aria né posso continuare così il resto della mia vita. Inizia ad essere il momento di cercare un lavoro. Sì, potrei sacrificarmi molto, lavorare in altre cose e scrivere un paio d'ore per notte, ma se ho avuto una figlia è proprio per stare con lei, e voglio stare anche con la mia famiglia e i miei amici. Non voglio arrivare a casa distrutta e mettermi a scrivere dalle otto. L'ho fatto a 28 anni. Allora avevo energia in abbondanza e non avevo una figlia. Adesso non mi sento capace di ripetere lo schema. E, soprattutto, non voglio regalare gratuitamente il mio lavoro a gente che, per di più, si permette di lasciare sulla mia bacheca i commenti sgradevoli che ho letto.
Così, se volete comprare El contenido del silencio di carta, mi fate un favore enorme. Riceverò circa 1,5 euro per copia venduta (dovrebbero essere 2 euro, ma bisogna scontare le commissioni all'agente, gestore, tasse e varie cose). Se la volete scaricare, e in più vantarvi sulla mia bacheca di averlo fatto, mi avrete fatto la cattiveria del secolo, ma, se mi volete danneggiare così tanto, se mi apprezzate così poco, che interesse potete avere al leggere quello che io scrivo, cosa vi può interessare di quello che racconto? Sinceramente non vi vedo alcuna coerenza.
Ci sono milioni di altri lavori che potrei fare, e li potrei fare bene. Tra le altre cose sono stata traduttrice, cameriera, responsabile della comunicazione in tre multinazionali, editrice, correttrice, responsabile della comunicazione. Potrei tornare a fare uno di questi lavori domani stesso (be', domani magari no, c'è crisi, ma dopodomani sì. Sono sempre stata molto brava nelle cose che ho fatto). O potrei andare a vivere in Cina e aprire un bar lì, come farà il fidanzato di mia nipote (olè al suo coraggio). E molto probabilmente lavorerei meno di quanto lavoro adesso e guadagnerei di più. Non so bene cosa diavolo farò della mia vita, ma so che per ora non voglio continuare a scrivere libri. Se qualcuno lo capisce, bene. Se no, uguale. Non conosco nessuno di voi che mi avete attaccato, la maggior parte, oltretutto, senza dare nome e cognome, ma nascosta vigliaccamente dietro uno pseudonimo, e pertanto la vostra opinione non mi fa molto male, perché, per logica, mi colpiscono solo le opinioni delle persone che sento vicine e che rispetto molto.
Se ci sono altri artisti, siano scrittori, musicisti, cineasti o sceneggiatori, che hanno ereditato grandi fortune o ricevono succulente pensioni dai loro ex mariti o si sono sposate con uno sceicco del petrolio e hanno molto tempo libero e lo vogliono dedicare proprio alla creazione, non dirò che sono felice per loro, ma che sento un'invidia enorme. Gli altri siamo terrorizzati. I musicisti possono sopravvivere, dato che possono suonare, ma i compositori che prima guadagnavano solo dai diritti d'autore perché non sono interpreti (cioè, quelli che scrivono le canzoni a Mónica Naranjo, Luz Casal, Fangoria, Malú, Marta Sánchez, o gli altri interpreti che non compongono i loro temi) stanno iniziando ad avere seri problemi.
Penso a tre amici sceneggiatori che oggi vivono uno del denaro di sua moglie, che lavora in banca, l'altra di suo marito, anche lui in banca, e il terzo è andato a lavorare nell'impresa di famiglia. Queste tre persone fino a 10 anni fa vivevano bene, molto bene, del loro lavoro. Poco a poco compositori, sceneggiatori, scrittori cerchiamo le lenticchie dove possiamo perché, parafrasando Shakespeare, che, a proposito, guadagnava, e bene, dal suo lavoro, se ci pizzicano, sanguiniamo, se ci fanno solletico ridiamo, se ci avvelenano moriamo, e se ci umilano… be' conoscete la citazione. Io non ho possibilità di vendetta, ma sì ho la possibilità di uscire dal gioco ed è quello che penso di fare. Perché se non ci fanno mangiare, muoriamo di fame, e se non paghiamo le fatture, ci denunciano.
Adesso non ho alcuna intenzione di scrivere un altro romanzo e molto meno una sceneggiatura. L'avvocato mi prende 1000 euro per ognuno dei 6 processi che ho dovuto affrontare quest'anno proprio a causa di una storia che non sarebbe successa se non scrivessi e non fossi diventata famosa facendolo. L'idraulico mi ha preso 200 euro per la riparazione delle tubature. Movistar mi ha preso 1600 euro per una fattura fantasma, del cui importo non vorrei ricordami, ma mi ricordo. L'amministrazione di casa mia ha dei costi, pago l'IBI e pago tutte le mie tasse religiosamente, pago l'alimentazione di mia figlia, i suoi libri, la sua divisa scolastica, la mia alimentazione. Da qualche parte dovrò prendere i soldi per farlo. Ripeto, non ho ereditato una fortuna, né ho sposato nessuno dell'aristocrazia né ho il corpo perché mi paghino per i miei servizi sessuali. E' così difficile da capire?"
Il lettore José Luis Blanco le risponde così: "Ciao Lucia, lamento la tua situazione e la tua decisione. Probabilmente non ci crederai, ma credo ci siano molti, molti altri collettivi professionali che, facendo quello che ci piace e facciamo bene, non potremmo vivere. Includo il mio: ricercatori (in università, istituti, Ricerca e Sviluppo, ecc). Ogni lavoro che facciamo, secondo me, è anche "un pezzo di arte". Può essere matematicamente molto bello, averti tenuto settimane senza dormire a pensarci, scrivendo o facendo esperimenti. Ma, alla fine, nessno ti pagherà per questo. Anche se tra 5 anni servirà perché tutti usino un cellulare che si senta meglio o i dottori abbiano un nuovo strumento per operare. Nessuno, normalmente, ti pagherà un euro per il tuo lavoro.
Che soluzione abbiamo? La triste, abbandonare e andare a fare laori totalmente diversi… o quella che tentiamo la maggioranza: cercare un lavoro che lasci "tempo libero" (leggi weekned, festivi e, con un po' di fortuna, qualche pomeriggio) per poter lavorare (GRATIS) in quello che davvero c piace e poter così lavorare in libri, articoli, ecc. Tipicamente questo è il lavoro del professore universitario, per essere l'unica figura che c'entra in questo Paese in cui non esiste alcun posto di lavoro che paghi per fare quello che davvero ci piacerebbe.
Adesso sono due anni che scrivo un libro con un collega (oltretutto in una lingua che non è la mia). Tu sai perfettamente quale lavoro implica questo. Bene: in nessuno momento mi è passato epr la testa pensare di guadagnare per questo denaro. Voglio che lo legga molta gente. Che lo usino molti studenti e che lo godano, si appassionino al tema trattato. Generalmente noi ricercatori siamo disponibili (corriamo a farlo) a pubblicare tutto il nostro lavoro su Internet. Quanta più gente ci legge, meglio. Sì: "Gratis total", come dicono con dispetto in giro. Perché? Perché i lavori li abbiamo realizzati nei tempi liberi lasciatici da altri lavori, quelli che permettono di pagare le bollette che qualunque mortale deve pagare, o "borse di studio" che hanno come obiettivo che realizzi quel lavoro, per poi finire, 4 anni dopo aver lavorato come un pazzo, per strada. O, cosa più tipica, emigrare. Non voglio dire che "siccome noi siamo fregati, che lo siate anche voi scrittori". Non mi malinterpretare, Semplicemente espongo la mia visione, chiaramente soggettiva, del problema di lavorare nelle "arti". Magari, magari esistessero oggi i mecenati che citi per molti di noi, ma semplicemente penso che non ci siano per tutti (per nessuno?)
E questo è il commento di Pepe Guicho Salinas all'annuncio della scrittrice del suo ritiro tempoaneo dalla letteratura: "La frase dice "al cliente quello che vuole", per cui è davvero deplorevole che per la mancanza di immaginazione del marketing lei decida di contrariare la maggioranza dei suoi potenziali lettori. Analizziamo questo: ci sono persone che si fanno il lavoro di scaricare un suo libro, rompere la protezione digitale (per il resto inefficiente, qualunque esperto di criptografia potrebbe spiegarle il perché) e condividere il libo senza guadagnarci niente, altri gruppi di persone, molto più grandi, si prendono il tempo di cercare come ottenere il libro gratuitamente, scaricarlo, formattarlo e sogliarlo o leggerlo. Cioè, c'è gente in giro che si prende tutte queste molestie perché vuole leggere il suo libro; ha ottenuto la cosa più difficile per uno scrittore: avere un pubblico. Come autrice, qual è il suo obiettivo allo scrivere? Comunicare con gli altri? Allora che i suoi libri siano piratati è un successo e dovrebbe ringraziare. Vuole guadagnare? Be', allora di là no, e la ragione di questo lei la spiega, ma alla fine la sua diagnosi è completamente sbagliata: le case editrici hanno spese monumentali (non discuterò se giustificate o no, supponiamo che tutta la catena di distribuzione agisca in buona fede), e allo scrittore in genere toccano solo le briciole, per cui i lettori (per niente stupidi, dopotutto lei dovrebbe considerare che vogliono leggere i suoi libri) si rendono conto che i libri sono molto cari; e nessuno si spiega come il formato digitale, un mezzo di distribuzione più efficiente, possa essere caro quanto la distribuzione fisica di un libro e lasci il lettore con assolutamente niente di valore in mano; una serie di uno e zero in un mezzo magnetico che non ha alcun valore commerciale (i cattivi libri neanche come peso morto, si vendono).
Allora la gente prende la decisione razionale: ottenere l'oggetto del suo desiderio con il mezzo più economico, essendo chiaro che chi gli vende il libro digitale (ma non lei, Lucia), vuole prendere in giro.
Gli scrittori (e musicisti e artisti in generale, che dipendono dal proibire ad altri di fare copie del lavoro che generano) vivono e hanno vissuto nell'impressione che il diritto d'autore sia un diritto naturale, ma analizziamolo per un momento. Se io o qualunque altra persona lavorassimo con fervore per 3 anni, ci pagherebbero la remunerazione per questo lavoro e al terminare neanche in sogno ci verrebbe in mente di tornare anni dopo e guadagnare le commissioni, ma le differenti industrie (cartelli oligopolistici di fatto), che dipendono dal diritto d'autore, hanno fatto l'impossibile affinché i beni culturali passino ad essere proprietà esclusiva di alcuni (non i creatori, come lei stessa riconosce); tutti questi diritti sono mantenuti con negoziati torbidi sia a livello nazionale che internazionale. Non ha niente di naturale che la famiglia (meglio, i proprietari dei diritti) di un creatore continuino a guadagnare regalie 100 anni dopo la morte dell'autore (se un creatore produce qualcosa intorno agli anni 20, 150 anni dopo arriverà a qualcuno un bonifico con i diritti!).
Se la gente non rispetta il sistema è per una ragione: il sistema dei diritti d'autore lesiona i diritti culturali di tutti e la maggior parte delle persone, anche se non lo capisce a livello legale, lo capisce a livello etico, e agisce di conseguenza. Tutto questo lo chiarisco per esporre la mia principale conclusione: all'attaccare i pirati, lei si mette fermamente al lato del sistema che sfrutta voi creatori e noi, suoi seguitori. I pirati sono dalla sua parte, vogliono leggere i suoi libri, santo cielo! Ma non li vogliono leggere alle condizioni ingiuste dettate dall'attuale catena di distribuzione.
La manipolazione delle industrie varie che dipendono dai diritti d'autore ha speso "miliardi" affinché molti autori e persone creative credano che i grandi gruppi rappresentano i loro interessi. Guardi i suoi guadagni per libro: cosa le stanno dicendo?
So che il problema di guadagnarsi da vivere come scrittore è ingrato, ma non lo risolverà con conclusioni sbagliate e alleandosi con il nemico. Se lei facesse l'analisi, che credo corretta, inizierebbe a distribuire libri elettronici gratuitamente e inizierebbe a commercializzare la sua personalità come autrice riconosciuta per guadagnarsi da vivere (questo è un territorio nuovo, ci sono molte idee, alcune funzioneranno e altre no: questa è la natura di periodi di cambi tecnologici accelerati. Salga sul treno o rimanga in stazione)".
Colpita più dagli attacchi, i sarcasmi e gli insulti che dai commenti che invitano al dibattito, nel suo ultimo messaggio Lucia Etxebarria sta valutando se continuare a mantenere aperti i suoi profili sulle reti sociali. Peccato.
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