Ho simpatia per la Grecia, non lo nascondo. Le voglio bene dai tempi dell'adolescenza, quando mi sentivo una privilegiata perché sapevo leggere il suo alfabeto, e le voglio ancora più bene da quando, tempo dopo, ho capito che allo studio della sua lingua devo le mie capacità logiche e alla sua letteratura devo il regalo di figure che sono sempre un punto di riferimento per me.
Non ce la faccio a immaginarmi un'Europa senza Grecia. Non voglio immaginarmi un'Europa senza solidarietà (e chiunque pensa sia possibile dovrebbe partecipare a una manifestazione indignada, in cui le bandiere greche sono più numerose di quelle spagnole e viene un nodo in gola al pensarci).
Mi sento particolarmente vicina alle sofferenze dei Greci e ai loro dilemmi. Il loro voto del 6 maggio ha reso il Paese praticamente ingovernabile: hanno detto chiaramente no agli accordi raggiunti con Berlino (perché essere ipocriti e parlare di Bruxelles?!), togliendo ogni possibile maggioranza ai due partiti europeisti, entrambi a favore dell'accordo. Ma un sondaggio di oggi sostiene che oltre il 70% dei Greci vuole rimanere in Europa e nell'euro. "Vogliono l'Europa e votano per comunisti e nazisti" scriveva oggi un blog di elmundo.es, per sottolineare il controsenso. E, però, spiegatemi cosa deve fare un elettore, quando si trova davanti socialisti e conservatori, che promettono la stessa cosa, e vuole un accordo meno draconiano (anche per questo aggettivo, dobbiamo dire grazie alla Grecia), che distribuisca meglio i sacrifici, che dia tempi e modi di ripresa. Cosa vota, se tutti e due accetteranno comunque quell'accordo irricevibile? Ovvio che si buttano sull'estrema sinistra o sull'estrema destra. Forse Angela Merkel, che è tanto ossessionata all'inflazione tedesca, dovrebbe utilizzare il cervello per superare le sue ossessioni e ricordare le conseguenze del Trattato di Versailles nel suo stesso Paese. L'ascesa di Hitler le dirà qualcosa, a Frau Merkel? Quando socialisti e conservatori abdicano alle loro idee e sono addirittura d'accordo, cosa rimane ai loro elettori? E' la mancanza di solidarietà dell'Europa, è questo spirito intransigente della Germania, tragedia vera dell'Europa, vista l'incapacità manifesta a esercitare la leadership, tutte le volte che se la trova tra le mani, a spingere i più disperati verso gli estremismi.
Su elpais.com è uscito oggi un bel reportage dalla Grecia indignada, che non può più affrontare sacrifici, che è affranta da una prova che nessuno in Europa si sarebbe mai aspettato sarebbe stata imposta a uno Stato membro e che cerca disperatamente di trovare una sintesi, tra il desiderio di rimanere nell'euro e le necessità di sopravvivenza (un Paese europeo che deve occuparsi della stessa sopravvivenza fisica dei suoi cittadini, impoveriti e malnutriti, manco fossero Terzo Mondo. Complimenti, Frau Merkel, che il tempo e la Storia la maledicano).
L'articolo è lungo, ma è bello, dolente e rabbioso, come la Grecia di questi anni.
Il giorno dopo le elezioni che hanno fatto saltare in aria lo scenario politico tradizionali, i giornalisti greci cercavano nella testimonianza dei colleghi stranieri una spiegazione per l'ingresso di 21 neonazisti in Parlamento. Nonostante i sondaggi, che davano Aurora Dorata intorno al 5%, è arrivata poi al 7%, nessuno è sembrato preoccuparsi, durante la campagna elettorale, per un fenomeno in teoria aneddotico, residuale. Ma il giorno dopo erano tutte domande: chi hai visto, cosa ti hanno detto, che futuro dai loro..
Sarebbe bastato loro scambiare un paio di frasi con qualcuno degli esclusi che pullulano nel centro di Atene. O chiedere alle porte di un collegio elettorale per constatare che le sigle che veicolavano la rabbia erano quelle dell'estrema destra. Sarebbe stato sufficiente il messaggio di Stelios, disoccupato di lungo termine dopo la chiusura dei cantieri navali in cui lavorava e tradizionale elettore di sinistra. "Mi importano poco tutte queste storie che la Grecia ha già vissuto un'occupazione nazista e pertanto non può votare un altro nazista. Questo ci dà da mangiare? Qualcuno deve fermare l'Europa e gli stranieri, questi sì che ci hanno invaso. Ci tolgono il lavoro, rubano nelle nostre case e ci uccidono" diceva alla vigilia del voto, con la sua immagine di capitano di barca (sopracciglia di cotone, occhi azzurri), incagliato sugli scogli di una vita (e di un Paese che minaccia la rovina).
"Solo 10 anni fa eravamo ricchi, vivevamo molto bene. Avevamo industria, cantieri navali, agricoltura; adesso non produciamo niente e tutto se lo porta via lo Stato. Non vorrà che voti quelli di sempre, questi ladri?!" sputava guardandosi intorno, in una folla di pakistani e affannati cinesi. Stelios aspettava davanti a un centro municipale di Atene il suo unico pasto del giorno: un panino e un frutto. Davanti ai cancelli del recinto lottava per infilarsi una babele indomabile, in mezzo di un paesaggio urbano da picchetto.
"Il successo dei neonazisti si deve a una vecchia corrente d'opinione nazionalista, antieuropea, intollerante e xenofoba. Questa sensibilità è stata osservata in vari studi del decennio 2000-2009. Le incessanti ondate di immigranti, insieme alla percezione che i salvataggi sono stati imposti alla Grecia dall'estero, sono dietro la sua fortuna elettorale" spiega Dimitri Sotirópulos, professore di Scienze Politiche dell'Università di Atene e ricercatore del centro Eliamep. Ma non solo Aurora Dorata si è avvantaggiata dello scontento causato dalla crisi, lo ha fatto soprattutto Syriza (Coalizione della Sinistra Radicale): la seconda forza più votata, con 52 deputati, il quadruplo che nel 2009. Davanti a lei, i partiti tradizionali (socialisti, conservatori e comunisti), si toccano ancora la camicia, per constatare gli effetti della botta elettorale (i primi due hanno perso 40 punti rispetto al 2009). La frammentazione del Parlamento, sette gruppi e nessuna maggioranza, impedisce la governabilità.
Il populismo ha percorso tutto l'arco politico durante la campagna elettorale e nelle discussioni post-elettorali. I risultati si spiegano "come un voto di rabbia, apparentemente" assicura Sotirópulos, "ma anche come un voto interessato, al promettere Syriza, con una retorica populista, che abolirà le misure che hanno colpito la classe media e medio-bassa. Gli elettori volevano appoggiare un partito che, sebbene senza spiegare come, prometteva indirettamente di recuperare gli standard di vita del decennio precedente". Con la sua opposizione al memorandum (il piano di risanamento economico sottoscritto con la troika) e il suo rifiuto di entrare in un Governo di coalizione, Syriza ha lasciato la Grecia a un punto morto, ma il suo comportamento riflette un generalizzato stato d'opinione (nonostante il 70% voglia l'eurozona): basta sacrifici e tagli.
I risultati delle urne "sono un chiaro segnale di castigo e un avvertimento all'Europa, sul fatto che la politica di austerità che sta applicando per uscire dalla crisi non dà alcun risultato: al contrario, affonda ancora di più la Grecia nella recessione" sottolinea Panos Skurletis, portavoce di Syriza "Molti sono sorpresi perché i Greci hanno sostenuto la nostra proposta di rinegoziare il memorandum; ma, forse François Holland non è d'accordo nell'alleviare i rigori dell'austerità con le misure di crescita? Ed è il nuovo presidente della Francia!" sottolinea.
Il Paese si getta verso il vuoto, privato del Governo e indebitato fino ai capelli, ma la deriva non è di adesso. In quale momento si è persa la Grecia?, direbbe Zavalita di Vargas Llosa (En qué momento se jodió el Perú?, In che momento si è fottuto il Perù?, è una delle frasi più celebri di Conversazioni nelle Cattedrale di Vargas Llosa NdRSO). Quando è iniziata la corsa verso l'autodistruzione, l'esercizio del nichilismo? Dopo l'arrivo dei primi immigrati alla fine degli anni 90, la Grecia è entrata nella moneta unica nel 2001: una moneta per la quale non era pronta, ma che la ancorava definitivamente al nucleo dell'Europa, dal quale si è sempre sentita lontana, così circondata dai barbari (per anni la Grecia è stata l'unico Paese della Penisola Balcanica nella UE, l'unico che non confinava con altri Paesi membri, geograficamente isolata, avendo vicino, attraverso il Mar Adriatico, solo l'Italia NdRSO). I fuochi fatui dei Giochi Olimpici del 2004, con i loro investimenti in infrastrutture, e le loro bustarelle a politici e funzionari, sono stati l'inizio della fine del benessere.
Nel 2007 un pauroso incendio nel Peloponneso ha dimostrato l'incapacità di risposta dello Stato. Nel 2008 l'assassinio di un giovane da parte di un poliziotto, ad Atene, ha accesso un'altra miccia: antisistema, anarchici o provocatori hanno trasformato le strade in campi di battaglia (in cui non risulta difficile individuare la presenza di hooligans senza affiliazione ideologica, come quelli di Aurora Dorata). Nel 2009 vari casi di corruzione precipitano la caduta del Governo conservatore e il trionfo socialista nelle urne (160 seggi contro i 41 di domenica 6 maggio).
Tutto il resto è già noto, la voragine, il trucco dei conti, il primo salvataggio finanziario, a maggio 2010; il secondo, in autunno, più la sospensione di metà del debito e, in parallelo, le sofferenze della popolazione, che hanno alimentato la valanga della rabbia. Un terzo dei Greci vive sotto il livello di povertà, un negozio su tre ha chiuso, il 53% dei giovani è disoccupato, le famiglie hanno le entrate dimezzate rispetto al 2010. Per cui nelle urne c'erano poche possibilità: o dare la colpa ai governanti o all'Europa. O a entrambi.
"L'immagine dell'Europa si è sporcata davanti agli occhi di molti Greci per come è stato gestito il primo riscatto, quando è stato chiaro che la Germania ha ritardato la decisione, mentre faceva soffrire i Greci e permetteva alla stampa tedesca di presentarci come spreconi e nullafacenti. Se la UE fosse stata preparata a una crisi di questo calibro o avesse dato alla Grecia qualche tipo di aiuto, fino alla creazione di un meccanismo specifico, la questione non sarebbe stata così personale, nel senso che i tedeschi e molti europei credono che sono gli stessi Greci a togliere loro i soldi dalle tasche" spiega Nikos Konstandaras, direttore aggiunto del quotidiano Kathimerini.
Alla corruzione e al clientelismo della casta politica, e alle imposizioni di Bruxelles e di Berlino, la strada ha risposto con proteste e le città con evidenti segni di gentrificazione e lumpenproletariato (controlli sanitari nel centro più degradato di Atene hanno svelato una bomba ad orologeria: almeno una trentina di prostitute portatrici dell'HIV offrivano sesso senza protezione). Tutto questo aumenta il marasma, l'urgente necessità di reinventarsi o l'alternativa di cadere nel vuoto (cioè, l'uscita dall'euro, un tabù spezzato venerdì dalla Germania). Come scrivono già alcuni nelle reti sociali: Grexit (da "Greece exit").
Una settimana dopo le elezioni legislative, e alla vigilia di una nuova chiamata alle urne, i media greci continuano a non informare direttamente sui neonazisti di Aurora Dorata, anche se la federazione dei giornalisti si è imposta all'avvertirli che non tollererà intimidazioni.
Continuano a comportarsi come se non esistessero: informano solo delle loro bravate, dei casi più grossolani. Come il deputato Kaiadas, bassista di un gruppo di letal-rock, terzo nelle liste neo-naziste per Atene. Kaiadas era il punto del monte Taigete da cui gli spartani buttavano i bambini deformi o deboli. La Grecia finirà così, precipitando dal Taigete dell'Europa?
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