La giornata è iniziata con la notizia dello scontro a fuoco tra le FARC e l'Esercito colombiano nel Dipartimento del Caquetá, nella zona centro-meridionale del Paese, costato la vita a quattro militari e finito con la scomparsa di cinque soldati e un giornalista francese, Romeo Langlois, collaboratore di Le Figaro e France24.
Poche ore dopo questa notizia, da Twitter Juanes ha invitato a leggere l'articolo che ha scritto per El tiempo, per raccontare la sua esperienza tra gli ex guerriglieri delle FARC, che partecipano ai programmi di reinserimento organizzati dal Governo.
I due volti di un Paese in cerca di pace e, alla fine, la convinzione che la pace e la convivenza, ovunque siano in pericolo nel mondo, non possano che essere il risultato del dialogo e che le responsabilità individuali debbano essere sempre verificate, anche nei negoziati di pace. Perché alla fine, è l'individuo che fa sempre la differenza.
L'articolo di Juanes è piuttosto lungo, anche tradurlo è stato lungo, ma sono di quelle persone sognatrici che pensano che non sia importante la lunghezza, quanto il contenuto. In lingua originale, su eltiempo.com
Sono le 4,30 di mattina. Mi siedo al bordo del letto, chiudo gli occhi, medito su questo nuovo giorno. Ancora mezzo addormentato, cammino lentamente fino al bagno, attraverso la luce spenta, apro il rubinetto della doccia e mi sveglio.
Vado in auto, posso vedere nell'oscurità il fumo della nebbia che domina le strade di una fredda e oscura Bogotà. Continuo a dormire mentre ascolto la radio, le auto, alcuni clackson e grida della quotidianità. Apro gli occhi e mi trovo una grande montagna di case, una sopra l'altra. "Dove siamo?" chiedo all'autista. "Ciudad Bolívar", mi risponde.
Nella strada, nel dormiveglia, mi immagino tutto quello che troverò a destinazione. Dopo oltre due ore di viaggio arrivo in una piccola tenuta alle porte di Villavicencio. Scendo dall'auto e, giusto in fondo, vedo un gruppo di persone, non riconosco i loro volti, ma sento la loro energia, sicuro che sono uomini dell'Esercito e della Polizia, e anche se hanno vestiti civili, lo noto dal loro modo di parlare e salutare.
Cammino fino alla casa e sento che qualcuno dice: "Ragazzi, c'è Juanes, è venuto a salutarvi e a conoscere il vostro processo". Sono tutti ex-guerriglieri delle FARC, alcuni sono arrivati appena due giorni fa, altri sono qui da massimo tre mesi.
"Ragazzi, buon giorno" dico con voce forte. Tutti mi rispondono gentilmente. Uno di loro, che chiamano il Profe, vestito con giacca e cravatta, in quel caldo, ci saluta e annuncia l'Inno Nazionale. All'orecchio mi chiedono di issare la bandiera e nel frattempo immagino le loro storie di vita, noto la sofferenza nei loro volti, il lavoro nelle loro mani, il dolore nei loro cuori.
Il Profe annuncia il regno della bellezza in Colombia e io rimango a pensare... Come? Ho sentito bene o ha detto regno? Be' sì, effettivamente è iniziato il regno con uomini travestiti da donne. Esce la prima: "Mi chiamo Natalia Paris e rappresento il dipartimento di Antioquia" Tra molte risate sono sfilati tutti, ognuno più divertente dell'altro.
Il presentatore dice: "Questo è stato il Regno della Libertà. Vogliamo dimostrare che anche se si travestono da donna, non smettono di essere uomini, che nonostante il loro abbigliamento e trucco, la personalità, il carattere e l'essenza di ognuno rimane intatta". Ricevo il messaggio e sento il potere del suo significato.
Ci sediamo a cerchio, sento sempre di più la loro energia, mi guardano, all'improvviso incrociamo qualche sorriso. Si alza dalla sedia un ragazzo di un 22 anni. "Mi chiamo José Luis" dice con voce dura "sono qui da tre mesi e ho paura del futuro, non ho fiducia, lì mi parlavano molto male di voi, mi dicevano che ci avreste torturati e ammazzati".. Io inizio a inghiottire più lentamente e a respirare più forte.
E io sono lì, seduto in messo a giovani, fratelli colombiani, vittime della guerra ingiusta e senza senso che viviamo in questo Paese da oltre 50 anni. Ogni intervento mi commuove di più, le loro storie di dolore e delusione, la loro sfiducia, le loro famiglie distrutte, il loro futuro incerto, la loro sofferenza. Chiudo gli occhi e cerco di capire come questi esseri umani si siano legati a un gruppo guerrigliero che sequestra, uccide e recluta minorenni da decenni.
Perché hanno scelto la guerra, com'è la loro vita quando sono lì. Conosco la storia delle vittime, con loro lavoriamo da oltre sei anni con Mi Sangre (la Fondazione di Juanes, che lotta contro le Mine antipersona NdRSO) e abbiamo fatto tutto il possibile per capire, condividere e sanare il loro dolore. Conosco anche la storia di chi resiste alla guerra per mezzo dell'arte e l'istruzione. Oggi voglio ascoltare i 'carnefici', perché questo fa parte della mia ricerca della pace.
Un giovane dai lineamenti orientali si alza e dice: "A 11 anni sono entrato nella guerriglia perché mi piacevano molto le armi, ma mi sono reso conto che non era un gioco, che mi trattavano male e mi facevano lavorare troppo". Chiedo loro: "Cosa vi ha fatto decidere di entrare in questi gruppi?" Quasi tutti mi hanno risposto: "Mancanza di opportunità in campagna", "Non c'era altra possibilità", "Quando lo stato non interviene" e "Quando non c'è altra opportunità che entrare nelle loro file".
Un giovane di 20 anni mi ha spiegato: "Ne sono uscito perché ero stanco... Niente di quello che ci avevano promesso era vero... Lì dicono di lottare per l'uguaglianza, ma i comandanti hanno soldi, potere, cibo, cellulari, donne e noi niente. Io mi sono innamorato e da un giorno all'altro mi hanno tolto la mia donna... Non la vedo da un anno e non so niente di lei. Ho perso l'illusione, per questo sono scappato. Mi hanno inseguito tre giorni nella selva, ho avuto molta paura di morire". Durante ogni intervento penso che ogni colombiano dovrebbe essere qui, ad ascoltarli, guardandogli negli occhi, per capire meglio la loro realtà. Mi sento impotente, ma, allo stesso tempo, ottimista al vivere questa esperienza. Siamo in un posto di pace, nella prima fase del Programa de la Alta Consejería para la Reintegración de la Presidencia. Qui cantiamo, parliamo, sentiamo vera gratitudine allo stare qui, per l'impegno del Governo e dell'Esercito.
E allora mi immagino cosa succederebbe se gli imprenditori di questo Paese, i presentatori dei notiziari, gli opinionisti, giornalisti, artisti, cittadini comuni fossero qui, seduti su questa sedia, ascoltando e vivendo lo stesso che io sto ascoltando e vivendo. Alla Colombia manca ascoltare se stessa, manca armonia e, soprattutto, manca la riconciliazione. Loro, le persone reinserite, non devono essere stigmatizzati, stanno facendo un passo gigantesco verso la pace, ma anche noi abbiamo bisogno di farlo, dare un'opportunità ulteriore, essere solidali, insomma... avere fiducia!
Lo sforzo che stanno facendo è immenso, come quello dello Stato. Nessun sistema è perfetto, nessun umano lo è, ma si possiamo costruire insieme la Colombia che vogliamo, quella che sogniamo.
Secondo la Agencia Colombiana para la Reintegración (ACR), fino a gennaio 2012 sono state smobilitate 54.409 persone in Colombia. Il numero totale degli smobilitati nel processo di reintegrazione è di 32.779, di questi il 19% ha disertato e il 5,44% è stato reincidente. Il resto si impegna a vivere un processo di sei anni che comprende attenzione psicosociale e formazione per il lavoro, con l'idea di far parte della società e per essere padrone della propria vita. Ma non è facile. Il Paese insiste a giudicarli per il loro passato e le porte si chiudono in faccia. Sono stigmatizzati e le imprese non sono disposte a dare loro un impiego.
Il 47% delle persone che entrano in questi gruppi lo fanno da bambini, secondo l'ACR. "Mia madre mi ha mandato a lavorare in un negozio perché non aveva denaro per la mia istruzione. Lì mi sono sentita abbandonata, sola e poco amata... E vedevo che invece nella guerriglia erano amabili, avevano stivali, armi e cibo. Sono entrata a 9 anni".
Passo alla seconda fase del programma, con persone che sono dentro da più tempo, li vedo più tranquilli, sorridenti e positivi. Uomini adulti, donne giovani, alcune con i loro bambini; donne belle, il brillo nei loro occhi, la luce nei loro sguardi, il sole nei loro volti... e io che cerco di immaginare come sarebbero ancora nelle file delle FARC.
Portano una chitarra e una bella ragazza mi dice: "Quando ero nelle loro file mi lasciavano usare la radio e ascoltavo la tua musica. Mi rendi felice se mi canti Fíjate bien".
Chiudo gli occhi e chiedo a Dio il valore di farlo bene. Tutti cantiamo insieme e vedo lì che tutto ha senso, 11 anni dopo aver scritto e inciso questa canzone... Tutto ha senso. Nonostante il dolore, la guerra, la rabbia e l'ingiustizia, siamo qui, a cantare, riconoscendoci. Siamo gli stessi, siamo fratelli, siamo colombiani.
Alla fine, visito la parte finale del programma, in cui ci sono le persone già inserite nella vita civile, hanno il loro mestiere e stanno lavorando. E' vedere come cambia questo sguardo sfiduciato di chi è appena uscito dalla selva a quello sicuro, con fiducia e speranza.
Qui termina il mio giorno a Villavicencio. Un martedì unico e intenso, di emozioni profonde e sentimenti contrastanti. Un giorno da raccontare, da ripetere.
Si stanno muovendo fili importanti nella costruzione della pace del nostro PAese, non lasciamo che li muovano solo alcuni, dobbiamo muoverli tutti. Ogni colombiano dipende direttamente o indirettamente dall'altro, questo è un momento unico, in cui possiamo avanzare verso la pace, ma dobbiamo dare il nostro contributo. Ascoltiamo, perdoniamo e, soprattutto, riconciliamoci.
Congratulazioni a tutti i giovani che decidono di lasciare le armi per il sogno di una nuova vita. Colombia, non li lasciamo soli, non permettiamo che ritornino indietro, aiutiamoli a realizzare i loro sogni, perché chi è ancora nella selva, con un'arma in mano, possa vedere risultati reali e capisca che c'è un altro cammino, che può dare un passo verso la pace.
Ricordiamo che la maggior parte di chi è nelle file della guerriglia non ha trovato altra opzione, che sono colombiani, che sono fratelli... che la colpa è della storia, è colpa di tutti e di ognuno di noi Cambiamo l'atteggiamento, svegliamo la coscienza.
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