Come dev'essere una tv pubblica? Deve essere un modello di autorevolezza, punto di riferimento internazionale per quanto riguarda l'informazione, gli sceneggiati e i documentari? Dev'essere il principale veicolo culturale del Paese, contribuendo all'alfabetizzazione e all'informazione dei cittadini? Dev'essere piccola e agile, di mero servizio, lasciando alle tv private il compito di divertire e informare il pubblico, secondo le esigenze del mercato?
Non esiste una risposta univoca e ognuno ha le proprie preferenze. In Europa si è affermato un modello di tv pubblica in grado di partecipare al mercato, con produzioni culturali e informative di grande livello. Pensiamo alla BBC, punto di riferimento mondiale, ma anche all'italiana RAI, alla francese TF1, alla tedesca ARD-ZDF, alla spagnola RTVE.
In questi mesi la Spagna è laboratorio di numerose strategie che non devono essere sottovalutate. Lasciata la tappa dei diritti civili conquistati con José Luis Rodriguez Zapatero, il Paese è immerso in una profonda restaurazione, che approfitta delle richieste di austerità imposte da Berlino all'eurozona e che rischia di portarlo indietro di almeno una trentina d'anni. RTVE, la televisione pubblica, non fa eccezione, anche se il suo ritorno indietro è di solo una decina d'anni, alla tappa di José Maria Aznar al Governo e di Alfredo Urdaci alla guida dei Servicios Informativos.
Tutto è iniziato alla fine di dicembre, quando il Governo di Mariano Rajoy, appena insediato, ha presentato i suoi primi, durissimi, tagli della spesa pubblica, a causa di un deficit di due punti più alto di quello previsto dal Governo uscente e socialista di José Luis Rodriguez Zapatero. Con i tagli il bilancio di Radiotelevisión Española è stato ridotto di 200 milioni di euro: nel 2011 il bilancio era stato di 1,2 miliardi di euro, dei quali 550 milioni provenienti dallo Stato e gli altri 650 dal canone televisivo, dalla commercializzazione delle proprie produzioni e dalle imposte delle imprese di telecomunicazione.
Per poter rientrare di questi 200 milioni mancanti, RTVE ha ridotto gli stipendi dei suoi dirigenti e, soprattutto, dei suoi conduttori più famosi, con i quali ha raggiunto un accordo per un taglio anche di un quarto degli emolumenti previsti nei contratti. La decisione più dura, però, riguarda la rinuncia all'emissione delle sue serie più famose, in modo che le voci di spesa per il loro acquisto e/o produzione non risulti nel bilancio di quest'anno.
TVE trasmette le serie più seguite e più popolari di Spagna: Cuéntame e Águila roja, la prima sulla storia degli Alcántara, una famiglia tipo spagnola, dal franchismo a oggi, e la seconda sulle avventure di un maestro di idee umaniste che si trasforma in un eroe delle arti marziali per lottare contro le ingiustizie e i complotti del Siglo de Oro, hanno un pubblico fedele da anni e sbaragliano qualunque concorrenza, reality-shows di TeleCinco inclusi. Quest'anno era attesissimo anche il debutto di Isabel, una serie sulla vita di Isabella di Castiglia, dall'infanzia al matrimonio con Fernando d'Aragona, fino all'ascesa al trono e alla conquista dell'unità nazionale e dell'Impero, interpretata da due attori popolari come Michelle Jenner e Rodolfo Sancho e già presentata anche al Festival di San Sebastián; era già prevista una seconda stagione, nel caso la prima avesse avuto successo. Non si hanno più notizie circa l'emissione dello sceneggiato, prevista per la fine di gennaio (erano già andati in onda gli spot per promuoverla) e rimandata sine die, e la seconda stagione è stata cancellata.
E oltre alle serie già prodotte, RTVE ha rinunciato a trasmettere le prime televisive dei film già programmati e ha chiuso uno dei suoi programmi più popolari, Saber y ganar, un popolarissimo programma di quiz, da quasi vent'anni in onda su La 2.
Che futuro può avere una tv pubblica che rinuncia a produrre e trasmettere serie di grande successo, vendute, direttamente o attraverso i format, anche all'estero, e in grado di incuriosire verso il passato remoto o recente del Paese? E' evidente che è un futuro fosco. E l'allarme circa la caduta delle produzioni riguarda non solo la tv pubblica perché, come hanno lamentato molti esperti, se il pubblico non investe, il privato, in mancanza di concorrenza, non è incentivato a farlo. Ma non c'è solo l'impoverimento dei palinsesti, perché la conseguenza evidente è la perdita di telespettatori. Secondo uno studio di RTVE, il taglio del finanziamento statale implica per la Primera, il canale più visto e più autorevole di Spagna, una perdita di quasi il 10% dei telespettatori, e per la struttura della tv pubblica, che conta su cinque canali (La Primera, La 2, Teledeporte, Canal 24 Horas e Clan), la chiusura quasi certa del canale infantile Clan, al non poter più comprare serie statunitensi, e di Teledeporte, al non poter più acquistare i diritti di trasmissione di sport di nicchia, oltre che un impoverimento di Canal 24 Horas, che non potrà più offrire dibattiti e approfondimenti e dovrà limitarsi alla trasmissione continua dei suoi notiziari.
"E' la spoliazione della tv pubblica in favore delle tv private" hanno lamentato numerosi voci della cultura spagnola. E non si sono tranquillizzate quando il Ministro dell'Economia Luis de Guindos ha lasciato intendere che non è necessario che una tv pubblica produca serie prestigiose.
Il peggio è arrivato però la settimana scorsa, quando il Governo ha cambiato le regole per eleggere il presidente di RTVE, vacante da giugno 2011, da quando si è dimesso Alberto Oliart. RTVE è sempre stata soggetta ai partiti al Governo, che hanno utilizzato i suoi telegiornali per manipolare l'informazione pubblica. Lo hanno fatto sia il PSOE che il PP, pronti a gridare allo scandalo e a indignarsi non appena passati all'opposizione. L'unico tentativo di rendere indipendente l'ente pubblico dalle influenze partitiche è stato compiuto nel 2006, da José Luis Rodriguez Zapatero, che, in una nuova legge, ha disposto che il presidente venisse eletto con i voti di due terzi del Parlamento e non, come fino ad allora, dalla maggioranza assoluta. In questo modo il presidente di RTVE e i suoi organi non erano più frutto dell'influenza di un solo partito, ma degli accordi dei partiti in Parlamento. E in questo modo RTVE, e soprattutto i suoi programmi informativi, hanno guadagnato indipendenza e autorevolezza: il telegiornale della Primera è tornato a essere il più seguito e il più credibile per il pubblico, e ha vinto numerosi premi per il suo lavoro, e Ana Pastor, conduttrice de Los desayuons de TVE, magazine informativo mattutino della Primera, è diventata il terrore dei politici di destra e sinistra per la puntualità e l'insistenza delle sue domande e l'eroina di molti telespettatori.
Al Consiglio dei Ministri della scorsa settimana il PP ha stabilito che il presidente di RTVE sarà eletto con la maggioranza assoluta, dunque potrà eleggerlo da solo, avendo la maggioranza assoluta più grande che si sia vista in democracia. E ha anche stabilito che il numero di consiglieri del CdA passerà da 13 a 11 e che i due consiglieri soppressi saranno quelli eletti su proposta dei sindacati (così il PP continua la sua battaglia per l'indebolimento dei rapresentanti dei lavoratori).
Adesso PP e PSOE sono impegnati in uno stucchevole scambio di accuse: il PP assicura di aver preso la decisione perché il PSOE ha bloccato le trattative, il PSOE ha risposto che le trattative erano in corso, il PP giura di aver proposto due nomi in concreto e che il PSOE li ha rifiutati, il PSOE insiste che un negoziato non si basa su soli due nomi, oltre i quali c'è la rottura. Insomma, i due partiti maggiori stanno litigando e, come scrive efficacemente El Mundo "non sappiamo chi ha boicottato l'accordo, perché per il PSOE e il PP è più facile darsi l'un l'altro la colpa che informare i cittadini sui negoziati rotti". Resta il fatto che RTVE non sa ancora, come si suol dire, di che morte deve morire.
Intanto, su Twitter, si è fatto vivo Alfredo Urdaci, direttore dei Servicios Informativos ai tempi di José Maria Aznar, diventato sinonimo in mezza Spagna di informazione settaria. Personalmente ricordo le notti drammatiche tra l'11 e il 14 marzo 2004, tra gli attentati del terrorismo islamico a Madrid e le elezioni nazionali, quando per sapere cosa stava davvero succedendo in Spagna bisognava guardare Euronews o, come mi diceva un'amica catalana dell'epoca, "tornare ad ascoltare la BBC, come ai tempi del franchismo". Mi hanno sempre colpito le parole di questa coetanea, bambina quando Franco è morto, per l'idiosincrasia e il sospetto che presuppongono e per questo non dimentico quei giorni foschi del 2004. Non appena il PP ha cambiato le norme di RTVE, Urdaci ha scritto su Twitter: "Qualcosa si muove: chi mi ama vuole che torni".
Le sue parole hanno allarmato numerosi intellettuali spagnoli, che hanno lanciato appelli per conservare l'indipendenza di RTVE e hanno ricordato al PP che la maggioranza assoluta non significa la cancellazione del pluralismo.
Se Alfredo Urdaci tornasse a condurre i telegiornali, mancherebbe solo di rivedere Letizia Ortiz Rocasolano al suo fianco, perché il déjà vu fosse completo. Ovviamente non lo si augura alla Principessa delle Asturie.
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