elconfidencial.com oggi parla di Torino, in un articolo intitolato: Come smettere di essere la fidanzata della Fiat e non morire nell'intento. Prende spunto da un rapporto della London School of Economics, che analizza le trasformazioni industriali di sette città europee (le altre sono Belfast, Bilbao, Brema, Lipsia, Saint-Etienne, Sheffield), per concludere che Torino è quella che ha ottenuto i migliori risultati (si chiamasse Milano, Napoli o Venezia sarebbe su tutte le prime pagine italiane, essendo Torino, la si ignora e no, non è il solito vittimismo torinese, è un fatto).
Al centro della trasformazione torinese c'è ovviamente il rapporto della città con la Fiat. "Raccontano che Gianni Agnelli ha voluto che i destini di Torino e della Fiat fossero inseparabili" spiega elconfidencial.com ai suoi lettori "L'Avvocato voleva redimere il senso di colpa per i bombardamenti sofferti dal capoluogo piemontese durante la Seconda Guerra Mondiale, dovuti in particolare alla presenza delle fabbriche della sua compagnia, dandole lavoro per sempre. Ma l'Avvocato non c'è più e la città si è dovuta abituare agli abituali rumors sul trasferimento della sua impresa di bandiera".
E al centro dell'articolo c'è anche il paragone continuo con Detroit, di cui Torino è stata a lungo considerata la sorella europea, per il destino legato solo all'industria automobilistica. Ma, riflette elconfidencial.com, con la crisi dell'automobile, Detroit è diventata "una città fantasma, prostrata davanti alla disoccupazione, la povertà e l'insicurezza" e Torino ha saputo trasformarsi. Negli anni 90, in piena crisi dell'auto, invece di piangersi addosso, ha iniziato a diversificare la sua economia. "Una semplice passeggiata in città rivela i resti di un impero decaduto in città. Impianti sportivi ex-Fiat gestiti dal Comune o il precedente cuore della compagnia, la fabbrica del Lingotto, trasformata oggi in una galleria commerciale, una facoltà universitaria di ingegneria dell'automozione e, tra le altre molte cose, in sede direzionale della multinazionale dell'auto".
Il punto di svolta per Torino sono stati, lo sanno tutti, i Giochi Invernali del 2006. E' stato allora, dicono gli osservatori, che i torinesi hanno preso coscienza della loro città e della loro forza e che il mondo ha scoperto il suo fascino barocco e i suoi gioielli, dietro la fama invadente della Fiat. Da torinese non sono del tutto d'accordo con questa visione: non conosco molti torinesi che non amino la loro città e non siano orgogliosi della sua diversità e della sua capacità di anticipare fenomeni che poi vivrà anche il resto d'Italia. Il fatto è che per natura e cultura i torinesi tendono a non vantarsi e, anzi, a ridimensionare le cose di cui sono orgogliosi davanti agli occhi stranieri. Perché? Io non lo so.
Comunque, elconfidencial segnala che "un'abitudine recente si vede quando si elogia la città davanti a un torinese. Automaticamente la risposta che si riceverà è "Avresti dovuto vederla prima dei Giochi", in riferimento alla città grigia di allora. E' che i Giochi Olimpici del 2006 segnano un prima e un dopo nella città. Castellani voleva un effetto simile a quello di Barcellona 92, cosa che per i torinesi ha ottenuto. "I Giochi Olimpici" spiega Castellani "hanno avuto tre conseguenze. Una congiunturale, dato che nel 1999 eravamo in piena crisi e per questo si sono fatti investimenti statali per 800 milioni di euro", un piano che ha permesso tra le altre cose, che la capitale italiana dell'auto inaugurasse la sua metropolitana "D'altra parte, le Olimpiadi sono servite anche per posizionare Torino nella mappa turistica, cosa impensabile fino ad allora. E, infine, sono servite per recuperare l'autostima dei torinesi, rassegnati al declino della loro città" conclude l'ex sindaco".
Ritorna allora il paragone con Detroit, che "ha avuto un destino peggiore". Nella sua "traversata nel deserto" per superare la vocazione di one-company-town, la città statunitense ha perso un milione di abitanti e si trova con interi quartieri abbandonati. Valentino Castellani, assunto da elcnfidencial.com come Virgilio nel suo viaggio torinese, spiega che tra le due città c'è una differenza fondamentale: "Torino era già una grande città prima della Fiat. Detroit è stata costruita sulla cultura dell'automobile, è totalmente orizzontale, fatta per viaggiare in macchina. Uno degli esempi più chiari è la cattiva qualità delle sue infrastrutture di trasporto pubblico". Torino, invece, ha potuto contare sul "grande patrimonio culturale". La timida ripresa che Detroit sta conoscendo, grazie a nuovi investimenti dell'industria automobilistica, la lega di nuovo, curiosamente, a Torino: "I destini di entrambe le città possono tornare a incrociarsi in futuro, prodotto dell'alleanza Fiat-Chrysler e del timore che è sempre alimentato a Torino. "Esiste un rischio. Se la Fiat diventasse più globale, fuori dal controllo degli Agnelli, in pochi anni potrebbe lasciare l'Italia" spiega Castellani".
I segnali sembrano esserci tutti. elconfidencial.com ripercorre la storia recente della Fiat, l'abbandono di Confindustria, le promesse di John Elkann di rimanere a Torino, la produzione della Jeep a Mirafiori, le conseguenze del trasferimento della Fiat in altra sede sull'indotto. Nei torinesi c'è la speranza che "l'acronimo Fiat continui a essere qualcosa di più del nome di una marca" conclude l'articolo. Ma, da buona torinese, mi piace segnalare un'altra frase, che parla dei progressi e dei cambiamenti di Torino, ignorati dalla stampa italiana. In uno dei numerosi interscambi tra Torino e Detroit, scrive il sito web spagnolo, è stata pronunciata una frase: "Come in altri tempi Torino è stata identificata come la Detroit europea, nel futuro Detroit dovrà essere identificata come la Torino americana".
